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Sempre lo stesso Affare. "Tutto ciò che racconto potrebbe accadere di nuovo." Roman Polanski

di m.r.

martedì 3 dicembre 2019, di cesppadova

Sempre lo stesso Affare

Tutto ciò che racconto potrebbe accadere di nuovo. Roman Polanski

di m.r.

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Quando il generale , mettendo nel tono tutto ciò che la superiorità di grado gli consente, dice al colonnello di non volere un altro affare Dreyfus, l’ufficiale gli risponde Non è un altro affare Dreyfus, è lo stesso. Non è passato molto tempo dalla prima sequenza: siamo a Parigi, spettatori di un’enorme piazza d’armi, disegnata da migliaia di soldati, attraversata da un drappello che accompagna il capitano alsaziano di origine ebraica Alfred Dreyfus, 36 anni, verso la peggiore esperienza che possa capitare a un soldato. La degradazione in pubblico con ignominia. I gradi, le mostrine e gli orpelli della divisa gettati ai suoi piedi, seguiti dalla sciabola spezzata in due. Abbiamo ascoltato il suo soffocato, livido grido di innocenza verso le gerarchie militari e il popolo che fuori dai cancelli urla morte al traditore, morte all’ebreo. Osservato il suo sguardo diritto e la mascella serrata mentre le alte gerarchie militari si avventurano soddisfatte in pericolosi paragoni tra i romani che nell’arena davano in pasto ai leoni i cristiani e loro “che hanno gli ebrei”. Siamo nel 1894, L’ufficiale e la spia, ultimo lavoro dell’ottantaseienne Roman Polansky, si apre così.

La risposta del tenente colonnello Piquart si inscrive in una sceneggiatura impeccabilmente “vecchia maniera”, organizzata con precisione dallo stesso Polansky assieme a Robert Harris, autore del romanzo da cui il film è tratto. E accende una luce su quel filo indissolubile che unisce la verità negata al capitano Dreyfus al nostro presente. Messo in scena un impianto di ricostruzione storica della massima precisione filologica Polanski snoda una narrazione convenzionale e serrata dilatando l’azione nell’arco di una decina d’anni. Il tempo servito a ristabilire la verità. Durante il quale tutto il campionario dell’arroganza e del cinismo del Potere viene declinato in ogni suo comparto. Omertà, falsificazione, ricatto, insabbiamento, manipolazione, adeguati alle “tecniche” dell’epoca (pedinamenti grossolani, lettere aperte col vapore e ricopiate, calligrafi mentitori) accompagnano le certezze del sistema e la sua voluta cecità. Un solo ufficiale si oppone, accettando di pagarne le conseguenze. Ma dallo spioncino della carrozza che lo porta in carcere potrà vedere distribuito il quotidiano L’Aurore, con il celebre titolo di Zola “J’accuse...! Lettera al presidente della Repubblica”. Rovesciando il paradigma dell’accusa, attaccando uno a uno tutti gli artefici e i complici della falsificazione giudiziaria lo scrittore rimediò una condanna a un anno di carcere, ma a un secolo dalla Rivoluzione concorse a mettere in crisi la Terza Repubblica di Francia.

Dopo anni di umiliazioni e prigionia inflitte a un innocente, perseguitato in quanto ebreo, dopo che il paese si è trovato sulla soglia di una guerra civile, dopo che l’infamia dello scandalo ha travolto le gerarchie e le istituzioni, l’apparizione di Polanski in sottofinale, in alta uniforme militare, più che un vezzo autoriale (peraltro abituale) sembra rilanciare ancora una volta la necessità di uno sguardo binario sulla narrazione: anche il regista è un accusato, inseguito da un ordine di cattura da qualche decennio. A chi gli chiede di tracciare un parallellismo tra la sua vicenda personale e il costrutto del film risponde che è un’idiozia. Ma, con tutto il rispetto, è difficile credere fino in fondo che, per un autore che ha fatto dell’ambiguità un suo tratto distintivo, sia del tutto così. Errore e malafede, quando si tratta di giustizia, sono interscambiabili. Il suo atto di accusa ha il pregio di valere per qualsiasi epoca, di ricordarci che è solo contrattaccando che si possono smascherare le ingiustizie, che la farsa del Potere può essere identificata come tale solo se il Potere stesso viene viene messo sotto accusa. Che se in questi tempi le fake news sono facilmente riconoscibili più arduo è il contrasto al rinnovamento dell’intolleranza, del nuovo fascismo e dell’antisemitismo, dei pregiudizi e della paura indotti verso il diverso. Ci ricorda che non c’è niente di peggio che la rassegnazione all’indignazione. E che il Potere sia per sua stessa natura corrosivo, a prescindere dall’onestà intellettuale di chi lo esercita, ce lo indica con chiarezza alla fine del film.