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Tempi bui per la scuola italiana

di Giovanna Lo Presti

martedì 11 giugno 2019

Tempi bui per la scuola italiana

di Giovanna Lo Presti davivalascuola

JPEG - 8.8 Kb Premessa n. 1: il valore educativo dell’esempio

Un altro anno scolastico si è concluso, come altrui volle. Parto, per questa mia riflessione, da un frammento di realtà, da un “inciampo” che mi ha bloccato proprio mentre stavo raccogliendo i documenti per questo articolo. Alle mie spalle la televisione accesa vomitava immagini e suoni; mi ha colpito una voce femminile sguaiata e concitata. Mi volto e vedo Nunzia De Girolamo, in versione postribolare-soft, che urla qualcosa che ha a che fare con la difesa dei gay e la libertà di espressione sul web. La trasmissione, una delle più popolari di RAI Uno – e paghiamo pure il canone! – era quella in cui personaggi “famosi” partecipano ad una gara di ballo. La De Girolamo contestava in quel momento un giudizio che le sembrava ingiustamente severo. Argomentando la sua tesi, concludeva dicendo: “Ho sposato un comunista!”. Così Nunzia si autoconfermava esponente di punta del libero pensiero, lei che libera pensatrice ha dimostrato davvero di esserlo quando, nel 2011, affermò con sicurezza la lontra essere un uccello. La sua conoscenza ornitologica venne premiata (è il Paese della Meritocrazia!) e così, a 37 anni, divenne il più giovane ministro del governo Letta – le toccava di diritto, visto che viene da una famiglia di agricoltori, il Ministero delle Politiche Agricole. Dura poco, tra aprile e novembre del 2013: Nunzia viene travolta da uno scandalo al cui centro sta la registrazione di un incontro in cui ella, facendo pressione sui vertici dell’ASL di Benevento, riuniti a casa del padre, si lasciava andare a frasi come: “Stronzi, qui a Benevento comando io“. Alla De Girolamo mancò l’appoggio politico (ipsa dixit!) e si dimise, con la un’altra memorabile frase: “Mi dimetto da Ministro. L’ho deciso per la mia dignità: è la cosa più importante che ho e la voglio salvaguardare a qualunque costo”. A questo punto potremmo discutere su quale idea di dignità abbia la libera pensatrice Nunzia De Girolamo, visti i suoi exploit televisivi.

Non è dificile capire cosa abbia a che fare questo raccontino poco morale con la scuola ed i suoi problemi. Quando l’ignoranza, la mancanza di educazione, l’aggressività sono doti non ostative nell’accesso ad alte cariche dello Stato, come si fa ad esortare bambini ed adolescenti alla fatica dell’autocontrollo, della buona educazione, dello studio?

È stato l’anno dei cattivi esempi provenienti da alto loco. Come dimostra il caso De Girolamo, il fenomeno non è iniziato adesso, ma quest’anno è esploso. L’insipienza e l’arroganza di molti nostri politici inquinano l’aria del tempo ed intossicano i comportamenti dei più giovani. Salvini, che così volentieri usa un linguaggio volgare, non si è mai interrogato, evidentemente sul necessario rispetto della forma, almeno in sede pubblica. Quando dalla forma si passa ai contenuti, non possiamo che inorridire e non certo per conformismo né tanto meno per “buonismo”. Chi ha responsabilità collettive non dovrebbe mai sbracare come i nostri politici fanno ormai per abitudine.


Premessa n. 2: il valore educativo delle biografie

A settembre 2018 l’Italia ha un nuovo ministro dell’Istruzione: Marco Bussetti. I commentatori politici più attenti mettono in evidenza che al Ministero le decisioni di rilievo sono demandate ad altri. I nomi più rilevanti sono quelli di Giuseppe Chinè, capo di gabinetto di Bussetti, esperto burocrate, avvocato e consigliere di Stato, e di Giuseppe Valditara, capo dipartimento per la formazione superiore e la ricerca. Valditara, allora senatore berlusconiano, nel 2010 fu tra gli artefici della riforma universitaria varata dall’allora ministro Mariastella Gelmini. Adesso si appresta a perfezionare, in senso ultraliberista, quella stessa riforma. Della scuola, nell’organigramma ministeriale, si occupa un uomo di tutto rispetto: il senatore Mario Pittoni, un uomo della Lega, che ha prodotto un progeto di riforma che ci dovrebbe far uscire dalla “Buona scuola”. Ha soltanto la terza media, ha scritto, di suo pugno, a stampatello e con grafia incerta, un curriculum ancora visibile sul sito del Comune di Udine: quel curriculum era al centro di un ampio articolo dell’Espresso che ha fatto arrabbiare Pittoni e che gli strappato la patetica dichiarazione per cui, avendo madre e fratello insegnanti, è “praticamente cresciuto a pane e scuola“. Sul curriculum, comunque, leggiamo (male, visti i caratteri a zampa di gallina) che, in primo luogo, Pittoni, “giornalista pubblicista ha curato l’ufficio stampa del campione del mondo di Enduro e pluricampione della Parigi-Dakar Edi Orioli…”; da lì a diventare presidente della Commissione Istruzione Pubblica al Senato è tutt’uno. D’altra parte un suo programma per il rinnovamento della scuola italiana Pittoni ce l’ha. Lo ha reso pubblico, il 14 marzo scorso, Matteo Salvini in una conferenza a Strasburgo. Punti qualificanti: unificazione del ciclo di studi di elementari e medie, “professore prevalente” che insegnerà le materie principali, seguendo gli alunni per tutto il percorso, avvicinamento dei docenti al proprio territorio e concorsi su base regionale, via alla chiamata diretta e ripristino del “valore educativo delle bocciature“. Sarà tutta un’altra scuola!


Premessa n. 3: leggiamo i programmi

Visto che oggi anche molti addetti ai lavori non hanno ancora capito quale sia la politica scolastica del “governo del cambiamento” riporto qui di seguito la parte dedicata alla scuola nel Programma di Governo (punto 22): tra parentesi, in corsivo, il mio commento.

La scuola italiana ha vissuto in questi anni momenti di grave difficoltà. (Ce ne siamo accorti)
Dopo le politiche dei tagli lineari e del risparmio, l’istruzione deve tornare al centro del nostro sistema Paese.
(Affermazione che non sembra confermata dalla Legge di stabilità, che certo non ha previsto stanziamentei adeguati).
La buona qualità dell’insegnamento, fin dai primi anni, rappresenta una condizione indispensabile per la corretta formazione dei nostri ragazzi. La nostra scuola dovrà essere in grado di fornire gli strumenti adeguati per affrontare il futuro con fiducia. Per far ciò occorre ripartire innanzitutto dai nostri docenti.
(La solfa sui docenti è tipica di tutti i programmi di governo degli ultimi decenni. L’unico che ebbe la memorabile faccia tosta di dire chiaro e tondo che i docenti non richiedono di essere pagati di più, ma chiedono più rispetto – quasi le due cose, in questa nostra società, non andassero di pari passo – era stato Matteo Renzi (1)).
In questi anni le riforme che hanno coinvolto il mondo della scuola si sono mostrate insufficienti e spesso inadeguate, come la c.d. “Buona Scuola”, ed è per questo che intendiamo superarle con urgenza per consentire un necessario cambio di rotta, intervenendo sul fenomeno delle cd. “classi pollaio”, dell’edilizia scolastica, delle graduatorie e titoli per l’insegnamento. Particolare attenzione dovrà essere posta alla questione dei diplomati magistrali e, in generale, al problema del precariato nella scuola dell’infanzia e nella primaria.
(Questa parte era nel programma sulla scuola dei Cinque Stelle ed ha trovato sinora una parziale realizzazione rispetto ad alcuni aspetti del precariato mentre sul fronte dell’edilizia scolastica tutto sembra fermo).
Una delle componenti essenziali per il corretto funzionamento del sistema di istruzione è rappresentata dal personale scolastico. L’eccessiva precarizzazione e la continua frustrazione delle aspettative dei nostri insegnanti rappresentano punti fondamentali da affrontare per un reale rilancio della nostra scuola. Sarà necessario assicurare, pertanto, anche attraverso una fase transitoria, una revisione del sistema di reclutamento dei docenti, per garantire da un lato il superamento delle criticità che in questi anni hanno condotto ad un cronico precariato e dall’altro un efficace sistema di formazione.
(Anche qui qualcosa s’è mosso; proprio a ridosso delle elezioni il Ministro ha annunciato su Facebook il suo assenso “a misure uniche e straordinarie per la stabilizzazione del precariato storico e “a percorsi abilitanti aperti a tutti coloro che hanno acquisito adeguata esperienza, con selezione in uscita come nel 2013.” Non commentiamo il tempismo del’annuncio)
Saranno introdotti nuovi strumenti che tengano conto del legame dei docenti con il loro territorio, affrontando all’origine il problema dei trasferimenti (ormai a livelli record), che non consentono un’adeguata continuità didattica. Un altro dei fallimenti della c.d. “Buona Scuola” è stato determinato dalla possibilità della “chiamata diretta” dei docenti da parte del dirigente scolastico. Intendiamo superare questo strumento tanto inutile quanto dannoso.
(Questo è stato uno dei primi atti del Ministro Bussetti, ma il Ddl che abolisce la “chiamata diretta” non è ancora concluso dopo otto mesi. Trattandosi di provvedimento popolare e a costo zero, è facile prevedere che, comunque, passerà. Per ora ci pensano la legge di Bilancio (2) e il CCNI (3) a limitare l’effetto del pasticcio generato da ambiti e chiamata diretta)
Una scuola che funzioni realmente ha bisogno di strumenti efficaci che assicurino e garantiscano l’inclusione per tutti gli alunni, con maggiore attenzione a coloro che presentano disabilità più o meno gravi, ai quali va garantito lo stesso insegnante per l’intero ciclo. Una scuola inclusiva è, inoltre, una scuola in grado di limitare la dispersione scolastica che in alcune regioni raggiunge percentuali non più accettabili. A tutti gli studenti deve essere consentito l’accesso agli studi, nel rispetto del principio di uguaglianza di tutti i cittadini.
(E questa è la solita litania delle buone intenzioni).
La cultura rappresenta un mondo in continua evoluzione.
(Frase enigmatica e messa lì per darsi un tono; da Eraclito in avanti, πἁντα ῥεῖ.)
È necessario che anche i nostri studenti rimangano sempre al passo con le evoluzioni culturali e scientifiche, per una formazione che rappresenti uno strumento essenziale ad affrontare con fiducia il domani. Per consentire tutto ciò garantiremo ai nostri docenti una formazione continua. Intendiamo garantire la presenza all’interno delle nostre scuole di docenti preparati ai processi educativi e formativi specifici, assicurando loro la possibilità di implementare adeguate competenze nella gestione degli alunni con disabilità e difficoltà di apprendimento.
(Probabilmente qui si parla, genericamente, di aggiornamento e formazione: impossibile il commento su queste affrmazioni generiche).
La c.d. “Buona Scuola” ha ampliato in maniera considerevole le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro. Tuttavia, quello che avrebbe dovuto rappresentare un efficace strumento di formazione dello studente si è presto trasformato in un sistema inefficace, con studenti impegnati in attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento. Uno strumento così delicato che non preveda alcun controllo né sulla qualità delle attività svolte né sull’attitudine che queste hanno con il ciclo di studi dello studente, non può che considerarsi dannoso.
(Finisce così, di brutto, il punto sulla scuola del programma di governo. Anche sull’impopolare alternanza scuola- lavoro il Ministro è intervenuto in modo accorto: la riduzione delle ore di alternanza scuola-lavoro ha comportato un risparmio non del tutto insignificante, che è servito per finanziare l’elemento perequativo dello stipendio di docenti e ATA, che altrimenti avrebbero visto il loro stipendio diminuire con il 1° gennaio 2019.
Tra l’altro, la nuova denominazione dell’ASL, “percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, dà un contentino a chi ritiene che il “lavoro” non abbia a che fare con la scuola. È possibile che il perbenismo linguistico del centro-sinistra cominci a contaminare il centro-destra?).

In conclusione, già dal programma di governo si capiva bene che la scuola non sarebbe stata tra le principali preoccupazioni dell’alleanza Lega-5Stelle.

Le realizzazioni. Qualche novità a costo zero

Il punto 22 del programma di governo non menziona modifiche all’esame di Maturità; in fondo cambiare in corso d’opera nella parte conclusiva di un percorso di studi non è mai auspicabile. A rigore, la conclusione ha bisogno di premesse che, nel momento finale, vengono a compimento. In ogni caso, la modifica dell’Esame di Stato è materia di uno dei decreti attuativi previsti dalla Legge 107. Non possiamo fare a meno di pensare che, con le modifiche apportate, Marco Bussetti conquisti un poco di popolarità a costo zero: ridurre l’alternanza scuola-lavoro ed eliminare la prova Invalsi dall’esame di Maturità, almeno per quest’anno, non è certo cosa mal vista dal corpo docente e dagli studenti. Far sparire dalla circolazione l’odiosa “terza prova”, semplificare la “tipologia B” della prova di Italiano e cancellare la “tesina” sono innovazioni positive. La perfezione non esiste e perciò a semplificazione corrisponde, da qualche altra parte, una nuova inutilissima complicazione: vedi la conduzione dell’orale a partire da un “materiale” contenuto in una busta, che il candidato, in omaggio alla trasparenza, dovrà scegliere tra tre. La busta può contenere

“testi (es. brani in poesia o in prosa, in lingua italiana o straniera) documenti (es. spunti tratti da giornali o riviste, foto di beni artistici e monumenti, riproduzioni di opere d’arte; ma anche grafici, tabelle con dati significativi…) esperienze e progetti (es.: spunti tratti dal documento del 15 maggio ) problemi (es.: situazioni problematiche legate alla specificità dell’indirizzo, semplici casi pratici e professionali)”.

Ma non deve MAI contenere domande o riferimenti espliciti ad una disciplina. Non sarà un compito da poco imbustare materiali adeguati per un’intera classe; anche in questo caso la buona intenzione (garantire un colloquio pluridisciplinare) temiamo che dovrà fare i conti con studenti perplessi e poco capaci a destreggiarsi tra una materia e l’altra a partire da un “documento”.

Queste, in sintesi, le poche “novità” per la scuola nel programma del “governo del cambiamento”. Si può notare che nel programma non si parla di regionalizzazione dell’istruzione, tema che sta nelle corde del partito di Salvini. Appare evidente che ogni forma di “regionalizzazione” non può che portare un ulteriore vulnus alla scuola della Repubblica, la quale dovrebbe essere fattore di potente unificazione del Paese. Se essa non lo è, il motivo è semplice: lo Stato non ha mai dato, con criterio, di più a chi aveva di meno. L’autonomia scolastica ha dimostrato che il rischio di incentivare le scuole meno problematiche e, parallelamente, di deprimere quelle che hanno più dificoltà, esiste ed è reale. Figuriamoci cosa potrebbe accadere se venissero accolte le proposte di “autonomia differenziata” avanzate da Emilia Romagna, Lombardia e Veneto – non a caso le regioni più ricche d’Italia. L’appello proposto dai sindacati confederali contro la “regionalizzazione” è una prima e blanda forma di protesta. Se il progetto andrà avanti sarà necessario agire in forme decise e radicali contro il tenativo di spaccare il Paese e di accentuare l’atavico divario tra Nord e Sud.

Ma veniamo ora ai veri, costanti problemi della scuola italiana e vediamo come sono stati affrontati quest’anno.


I problemi veri. Retribuzioni da povertà assoluta

Sul sito ISTAT, alla voce “Calcolo della soglia di povertà assoluta” troviamo che una famiglia formata da due genitori ed un bambino tra i 4 e i 10 anni è assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a 1.390,91. Tale dato si riferisce all’anno 2017. La prima fascia stipendiale di un docente di scuola secondaria è di 1.350 euro; un docente di scuola primaria guadagna 1.262 euro. Entrambi quindi, se hanno un comiuge a carico ed un figlio piccolo si trovano nella fascia di povertà assoluta. Non credo servano commenti, ma serve ricordare che la nostra Costituzione, sempre citata e raramente rispettata, stabilisce all’art. 36 che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.

Il confronto tra le retribuzioni dei docenti italiani e quello dei colleghi di altri Paesi europei vede il nostro Paese come fanalino di coda in tutti i sensi. Gli ultimi dati OCSE evidenziano che una parte della differenza è dovuta alla lentissima progressione di carriera per i docenti italiani, che arrivano alla retribuzione massima alle soglie della pensione. Lo stipendio annuale di un docente italiano di scuola superiore, all’inizio carriera, è inferiore di 7.231 euro rispetto a quello di un docente spagnolo; a fine carriera la differenza è di 6.417 euro; rispetto ad un tedesco, in situazione analoga, l’italiano guadagna -28.227 euro (-113,66%) ad inizio carriera e – 37.877 euro (-97,37%) a fine carriera. Le cose peggiorano se si guarda al potere d’acquisto degli stipendi: nel caso di un docente delle scuole superiori a fine carriera si va da una differenza di -5.889 dollari(-12,24%) rispetto allo stipendio dei francesi, a -13.422 dollari (-27,89%) nei confronti degli spagnoli, a -36.348 dollari (-75,53%) degli olandesi, per culminare a -44.265 dollari (-91,99%) rispetto ai tedeschi.

Non penso che le cose cambieranno, almeno sino a quando una categoria importante socialmente, imponente numericamente, oggettivamente fondamentale per un Paese civile non si farà carico di rivendicare un migliore trattamento economico e, magari, avrà l’orgoglio di fare da traino ad una giusta rivendicazione che tocchi tutti i lavoratori dipendenti di questo Paese governato da ipocriti che ben capiscono qual è il problema ma si guardano dal tentarne una soluzione. All’ipocrisia di chi ci governa aggiungo quella, analoga ma ancor più colpevole, dei sindacati “maggiormante rappresentativi” che recentemente hanno fatto saltare un sacrosanto sciopero firmando un’intesa con la quale il governo si è impegnato “a stanziare risorse per il triennio 2019-21 per recuperare la perdita del potere d’acquisto degli stipendi dell’intero comparto. Entro il triennio di vigenza contrattuale saranno inoltre reperite ulteriori risorse destinate al personale della scuola per allineare gradualmente gli stipendi alla media di quelli degli altri Paesi europei “. La sottolineatura, ironica, è mia.

I problemi veri. La violenza verso i docenti
Come mai gli insegnanti vengono svillaneggiati, malmenati, insultati abbastanza spesso da studenti e genitori? Una risposta parziale ma convincente è che sulla classe docente grava un forte discredito, che il loro lavoro non viene considerato come un lavoro da rispettare. La rivista Tuttoscuola ha attivato un contatore che ha raccolto, durante l’intero anno scolastico 2017-2018, i casi di aggressione ai docenti. “Non sono poche e tendono ad aumentare – spiega la rivista –. E per ogni aggressione di cui si ha conoscenza certa, si stima che ve ne siano almeno altre tre non rese pubbliche. Per non parlare delle violenze verbali, ancora più diffuse come ci confermano diversi dirigenti scolastici”. Dal settembre 2017, si contano 33 violenze fisiche accertate e 81 violenze fisiche stimate. Una media di quattro episodi a settimana.

E non si contano nemmeno le aggressioni e gli insulti dei genitori nei confronti degli insegnanti, a difesa dei comportamenti dei figli. Le scuole italiane sono diventate un ring – e non soltanto metaforicamente. Che cosa sta accadendo? Una prima risposta la può fornire il Global teacher status index (gts) 2018, un’indagine statistica che mette in rilievo come l’Italia si collochi al trentatreesimo posto su 35 Paesi coinvolti dall’indagine statistica per quanto riguarda il rispetto degli insegnanti:

“There is a clear and subtle relationship between respect for the teaching occupation and the pay perceptions people have in ranking occupations. These two rankings are clearly correlated and very occupation specific – that is, people tend to assign higher assumed pay to those professions which they consider high status. However, peoples’ perceptions are influenced by their: age, gender, religion, education and whether they are a parent or not. Teaching does not figure particularly highly on either respect or pay perception rankings compared to other graduate occupations. Within the teaching profession, Headteachers are ranked more highly than Secondary school teachers who are, in turn, ranked more highly than Primary school teachers” (4).

Insomma, un lavoro pagato poco non riscuote rispetto sociale; in una società di mercato come la nostra tale ragionamento non fa una piega. Quando la figura dell’insegnante è vilipesa socialmente (per molti esterni alla scuola gli insegnanti restano quelli del lavoro per mezza giornata e dei tre mesi di ferie estive) e lo è da molto tempo, quando il patto solidale (e non è detto che fosse del tutto benefico) tra scuola e famiglia si è infranto da decenni, quando l’educazione reale la fanno le nuove tecnologie ed i social media, queste sono le conseguenze.


Le false soluzioni. Sorvegliare…

Aggiungiamo, ai fatti di violenze sopra accennati, le molte inchieste apertesi su insegnanti – soprattutto di scuola materna accusate di maltrattamenti nei confronti dei loro piccoli alunni. Il dottor Lodolo D’Oria, esperto in burn out dei docenti, ha più volte sottolineato come numerosi di questi casi si risolvano nell’assoluzione delle indagate (che nel frattempo, però, hanno subito l’onta mediatica ed affrontato stressanti processi). Secondo Lodolo D’Oria le moltissime ore di videoregistrazioni vengono usate in modo strumentale per estrapolare frammenti che, fuori contesto, risultano snaturati. Egli afferma che “l’incolumità dell’utenza non passa attraverso le telecamere ma dalla tutela della salute dei docenti” e che “nell’80% dei casi, le inidoneità all’insegnamento certificate dalle commissioni mediche hanno una diagnosi psichiatrica”. Sono ben cinque volte più frequenti di disturbi professionali quali la disfonia o la laringite cronica.

Per Salvini e per quelli che plaudono alla sua idea di “sicurezza” è qualcosa di troppo sottile comprendere che è paradossale diffidare di coloro a cui si consegnano i propri figli e che, peraltro, svolge la propria opera non nel chiuso di un’abitazione privata ma in una struttura pubblica, in relazione continua con altri individui.

I fatti ci dicono che il luogo più insicuro, in Italia, è costituito dalle mura domestiche. Come nei migliori film del terrore, ciò che è familiare e conosciuto nasconde le peggiori mostruosità. Non mi risulta di bambini picchiati a sangue, o addirittura uccisi a botte in asili o in scuole materne – purtroppo le cronache ci parlano con allarmante frequenza di maltrattamenti di minori da parte dei propri famigliari.

Eppure, nonostante il buon senso dica che la videosorveglianza non garantirà una serena vita scolastica, le commissioni Lavori pubblici e Ambiente del Senato hanno approvato l’emendamento bipartisan al decreto “sblocca cantieri”, firmato da senatori di Lega, M5S, Pd e Forza Italia che obbliga ad installare telecamere in tutte le aule delle scuole dell’infanzia e in tutte le strutture di assistenza e cura di anziani e disabili. La dotazione finanziaria prevista è di 5 milioni per il 2019 e 15 milioni per ciascuno degli anni dal 2020 al 2024; tali somme serviranno ai Comuni per installare in ogni aula di ogni scuola per l’infanzia sistemi di videosorveglianza e apparecchiature finalizzate alla conservazione delle immagini. L’emendamento, sottolineamo, è bipartisan – giusto per dire che non è soltanto della destra leghista che dobbiamo lamentarci.

La videosorveglianza come panacea ai molti mali che sottendono la sofferenza educativa si rivelerà presto per quel che è: un’illusione malefica che avrà, come unico risultato certo, quello di infliggere un altro colpo all’autorevolezza del docente, costretto a lavorare in un’aula videosorvegliata.


Le false soluzioni. … e punire

In questo resoconto di fine anno non possiamo dimenticare la crescita esponenziale, negli ultimi anni, del contenzioso disciplinare. L’ultimo caso clmoroso, quello della professoressa Dell’Aria sospesa per quindici giorni perché avrebbe colpevolmente omesso di sorvegliare e “correggere” un elaborato dei suoi allievi, si è risolto con l’ “assoluzione” al momento solo verbale della docente. Siamo rinfrancati: aiutare i nostri allievi a comprendere il mondo, guidarli verso la conoscenza non costituisce reato. Almeno per ora.

Accosto il caso Dell’Aria ad un altro caso, in apparenza senza alcun punto di contatto: quello della maestra Lavinia Cassaro, prima sospesa e poi licenziata per aver tenuto, nel corso di una manifestazione contro un comizio di Casa Pound, un comportamento poco consono a quello che dovrebbe essere auspicabile per un insegnante.

Due figure di insegnanti più diverse non si potrebbero dare: le immagini di Rosa Maria Dell’Aria ci presentano una signora curata, dai capelli grigi, che parla pacatamente – nonostante tutto – nella cornice di una casa borghese, in cui si intravvede una libreria con tanti libri (spettacolo sempre più raro nelle case italiane). Lavinia Cassaro è stata invece immortalata dalle telecamere voraci di operatori in cerca di facili scoop mentre gridava la sua rabbia contro la Polizia, contro Casa Pound, contro un mondo che tutela la libertà dei neofascisti e spara con gli idranti su chi protesta contro di essi. La giovane donna era, in modo evidente, fuori di sé – indignata, scossa per la carica con idranti che si era appena conclusa, incapace di cogliere l’inopportunità di rivolgere la parola a certe iene di giornalisti che le facevano dire che sì, lei era un’insegnante.

L’opinione pubblica ha risposto ai due casi in modo diverso: alla solidarietà totale nei confronti di Rosa Maria (la merita, eccome) ha fatto riscontro un fastidio indifferente nei confronti di Lavinia, anche quando questa ha subito il licenziamento, pena davvero spropositata per quello che ha fatto. Non mi meraviglia che Rosa Maria abbia riscosso una vastissima solidarietà e che Lavinia, in sostanza sia stata lasciata quasi sola. Indignarsi per Rosa Maria è immediato per ogni persona di buon senso: è un’insegnante intelligente, che fa lavorare i suoi studenti sul Giorno della Memoria a partire da una bella e profonda citazione di Emily Dickinson, che li sollecita a studiare quel che è successo ieri per comprendere cosa stia accadendo oggi. È naturale che per lei si mobilitino persino quelli che Massimo Gramellini, chiedendole scusa a nome di questo sbilenco Paese, ha felicemente definito “i retori dell’Ufficio Indignazione Permanente Effettiva”. È altrettanto naturale che gli eccessi di Lavinia, ripresi e mandati in onda con sadica voluttà non abbiano riscosso alcuna simpatia; ma sarebbero bastati cineoperatori dotati di minima compassione per capire che non bisognava infierire su una persona alterata da eventi recenti e traumatici. Il resto, per Lavinia, l’ha fatto la società dello spettacolo: l’allora primo ministro Matteo Renzi invocava in diretta televisiva, dalla tribuna di Matrix, il licenziamento di Lavinia: “Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi“. Gli faceva eco, senza perder tempo, la ministra Fedeli (ella stessa licenziabile in tronco se, invece di essere una “ministra” fosse stata un’insegnante, visto che aveva dichiarato il possesso di un titolo di studio inesistente). L’unica voce autorevole levatasi, accanto a quella del sindacato CUB, per la difesa di Lavinia, fu quella dei Giuristi democratici, che ricordavano che “il lavoratore non vende più se stesso ma solo le attività indicate nel contratto e nell’orario di lavoro, restando irrilevante la sua vita extra-lavorativa”.

Mi chiedo: che giustizia è quella che infierisce sui deboli, che punisce in modo non proporzionale alla colpa, che crea “vite di scarto”, mettendo in gravi difficoltà persone che andrebbero aiutate più che sanzionate? Mi pare evidente che la deriva autoritaria si nutra di punizioni esemplari verso i sottoposti e di grande lassismo nei confronti di chi detiene un qualche potere. Lavinia ha pagato caro per la sentenza di Renzi, nonostante nessuno dei suoi comportamenti avesse a che fare con il lavoro. È andata meglio a Rosa Maria, ma anche per lei si era levata una voce inflessibile, quella del sottosegretario ai beni culturali Lucia Bergonzoni. Rispondendo celermente al tweet in cui un ben conosciuto estremista di destra stigmatizzava l’agire dell’insegnante palermitana, la Bergonzoni scriveva:

“Auspico non sia vero… ma temo sia una speranza mal riportata! Se è accaduto realmente, andrebbe cacciato con ignominia un prof del genere….e interdetto a vita dall’insegnamento. Già avvisato chi di dovere!”.

Il tweet di Bergonzoni, oltre ad allarmarci sulle sorti del nostro patrimonio culturale, ci parla della sciatteria linguistica della nostra classe politica (“speranza mal riportata” per “speranza mal riposta”: chi parla male spesso pensa peggio), del disprezzo verso gli insegnanti, della mancanza di senso comune, dell’assenza di rispetto verso opinioni lontane dalle proprie ma lecite. Ci parla di fanatismo – e il fanatismo al potere non ha mai dato buoni risultati. Il tracotante “Già avvisato chi di dovere”, se corrisponde a verità, è un’autodenuncia: sappiamo chi ha acceso la miccia della sospensione per la professoressa Dell’Aria. Una volta tanto sono d’accordo con Galli della Loggia che, in una recente trasmissione televisiva disse ad una Borgonzoni animata dal furor anti-immigrati: “La società funziona in una maniera implacabile. Se lei non avesse uno status legale e non avesse da mangiare, anche lei diventerebbe una delinquente”. Aggiungo: purtroppo questa società funziona in maniera implacabile. Quella per cui ogni educatore lavora dovrebbe essere invece una società migliore: più giusta, più eguale e innervata da uno dei sentimenti più alti, che è quello della solidarietà tra esseri umani. Salvini ricordi che contribuire ad “intensificare il clima di ostilità e xenofobia nei confronti dei migranti” (sono parole dell’Alto Commissariato per le Nazioni Unite rivolte al governo italiano) non è una buona azione volta alla sicurezza (ma quale?) degli indigeni. Il seme del razzismo non ha bisogno di trasformarsi in pianta per essere deleterio.

Politici incapaci e sindacati conformisti
In tutto il gran parlare di “libertà di insegnamento” che si è fatto a proposito del “caso Dell’Aria” noto che, tra i molti interventi, nessuno ha ancora messo il dito nella piaga. Ancorché la sequenza contrattuale che riguarda il codice disciplinare dei docenti non sia conclusa, il rinnovo contrattuale (quel rinnovo che dopo quasi dieci anni di blocco degli stipendi ha elargito ai pubblici dipendenti poche decine di euro) ha recepito il Dlgs 75/17, il cosiddetto “decreto Madia” di modifica del testo Unico sul pubblico impiego, cambiato, è naturale, in peius. Ad esempio, il dirigente scolastico che avvii un procedimento disciplinare non rispettoso della norma viene sanzionato, ma l’azione disciplinare sussiste e non decade; inoltre il dirigente scolastico (caso unico nel pubblico impiego) ha potere di sospensione dal servizio dei dipendenti sino a 10 giorni ed è, allo stesso tempo, parte che accusa e parte che giudica. Più imparzialità e coerenza di così! Il Titolo III del CCNL in vigore, dedicato alla Responsabilità disciplinare dà quindi ampi margini di manovra per interventi sanzionatori sui dipendenti, che in questo modo vengono maggiormente “disciplinati”, grazie ad un contratto approvato da quei sindacati firmatari (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA) che pochi giorni fa erano in piazza a difendere libertà che essi stessi hanno eroso.

Nel contratto in vigore qualche intenzione law and order è enunciata in anteprima anche per i docenti. Per essi deve essere prevista la sanzione del licenziamento nelle seguenti ipotesi: a) atti, comportamenti o molestie a carattere sessuale, riguardanti studentesse o studenti affidati alla vigilanza del personale, anche ove non sussista la gravità o la reiterazione, dei comportamenti; b) dichiarazioni false e mendaci, che abbiano l’effetto di far conseguire un vantaggio nelle procedure di mobilità territoriale o professionale. Inoltre “occorre prevedere una specifica sanzione nel seguente caso: a) condotte e comportamenti non coerenti, anche nell’uso dei canali sociali informatici, con le finalità della comunità educante, nei rapporti con gli studenti e le studentesse”. Queste le asserzioni sottoscritte dagli stessi sindacati che adesso strepitano per la “punizione” alla professoresa Dell’Aria.

Usiamo la logica e diamo alle parole il senso che hanno: se la “comunità educante” di una certa scuola fosse di spiriti salviniani e riflettesse nel PTOF questa sua inclinazione, a rigore ogni minoranza dissidente dovrebbe essere sanzionata. E poi, sempre se le parole hanno un senso, una molestia a sfondo sessuale né grave né reiterata (mi manca la fantasia per comprendere a quale atto concreto possa corrispondere) può portare al licenziamento! Insomma, c’è molta confusione ed ipocrisia sotto il cielo.

I dirigenti scolastici, quindi, si occupano con solerzia di comminare sanzioni: tanto sono insieme giudici ed accusatori e contestare quanto da loro stabilito significa far ricorso al giudice del lavoro, cosa né semplice né priva di oneri. Tutti i lavoratori della scuola stanno subendo il discredito che politici della fatta di Brunetta e di Madia hanno gettato su di loro, facendoli passare agli occhi dell’opinione pubblica come una banda di un milione di “furbetti” mangia-pane-a-ufo. Nel 2008, sempre all’avanguardia, il ministro Brunetta diceva:

“I nostri insegnanti lavorano poco, quasi mai sono aggiornati e in maggioranza non sono neppure entrati per concorso ma grazie a sanatorie […] E poi 1.300 euro sono comunque due milioni e mezzo di vecchie lire, oggi l’insegnamento è part-time e come tale è ben pagato”.

Era il 2008 e in undici anni di passi in avanti, verso il baratro dello sfascio educativo, se ne sono fatti parecchi, con il forte contributo di politici incapaci in tutto tranne che nel cavalcare luoghi comuni e nel seminare cattivi pensieri, di sindacalisti molto morbidi verso chi detiene il potere, ed anche grazie ad un conformismo diffuso che, se talvolta riesce a vederne la punta e ad indignarsi, preferisce ignorare quale sia la dimensione reale dell’iceberg in cui, se non si cambia rotta, finiremo per incagliarci.

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