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VALUTARE E PUNIRE: nuova edizione del libro di Valeria Pinto

di Girolamo De Michele*

venerdì 31 maggio 2019

VALUTARE E PUNIRE

di Girolamo De Michele da ilmanifesto.it

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La nuova edizione di Valutare e punire (Cronopio, pp.306, euro 15), libro col quale Valeria Pinto ha segnato, nel 2012, un punto fermo nel dibattito critico sulla valutazione nei sistemi di apprendimento, si apre con uno spiazzamento significativo.

LA PRIMA edizione cominciava da Popper, al quale veniva imputato l’aver fornito le basi teoriche per la ratio dell’homo œconomicus che è alla base di tutti i processi della valutazione, disegnando il percorso battuto dai teorici del «capitale umano»: un olismo per il quale può essere compresa con categorie di tipo economico ogni condotta che, semplicemente, «accetti la realtà». Non si comprende la pervasività dei processi di valutazione se non li si colloca nell’orizzonte del neo-liberalismo, di quel «realismo capitalista», per dirla con Mark Fisher, pervaso dall’ideologia del There Is No Alternative.

QUESTA NUOVA EDIZIONE è invece introdotta da un nuovo, denso capitolo, «Caduta libera», il cui titolo fa riferimento a un episodio della serie Black Mirror (3.01), nel quale l’intera vita quotidiana è sottoposta a valutazione quantitativa istantanea.
Fantascienza, verrebbe da dire: se il sistema dei crediti sociali in Cina (sui quali vedi gli articoli di Pieranni su questo giornale, 23.09.18 e 3.04.19) non evidenziasse la produzione di «vite a premio all’ombra del partito» e di prime forme di esclusione dei «poco virtuosi» che già ora subiscono limitazioni alla libertà di movimento: i presenti possibili tratteggiati da Black Mirror, come nota Pieranni, sembrano superati dalla realtà.

SE QUESTO È L’ORIZZONTE complessivo, è allora necessario che la critica ai processi di valutazione non si arresti alle evidenti mancanze teoriche delle pretese valutative, che vanno comunque sottolineate – due per tutte: il fallimento della teoria del capitale umano applicato all’istruzione, che in mezzo secolo non è riuscita a calcolare il tasso di rendimento nel campo dell’istruzione, perché non è possibile misurare gli effetti esercitati sulla società nel suo complesso, in termini economici o di benessere (si veda Mauro Boarelli, Contro l’ideologia del merito, 2019); e l’inconsistenza teorica dello pseudo-concetto di «competenze».

A QUESTA CRITICA puntuale è necessario uno sguardo complessivo che colga il disegno generale e aiuti a unire i puntini: come fa Pinto, servendosi degli strumenti della critica di Deleuze e Foucault alla società del controllo e ai processi di governance neoliberale; ma anche, recuperando quel rapporto sulla Crisi della democrazia di Crozier, Huntington e Watanuki del 1975 che, a oltre 4 decenni, si rivela «uno dei documenti fondativi della svolta» post-liberale. È significativo che quel documento individuasse come nemico principale una «classe intellettuale riluttante ai valori e alle gerarchie tradizionali, ai vincoli sociali che reggono la famiglia, l’azienda e la comunità».

COME IL LIBRO di Pinto mette in luce, si tratta di comprendere che i processi di valutazione conseguono al passaggio dalla forma fabbrica alla forma impresa – cioè all’affermazione di un «artefatto in movimento che, trasformandosi continuamente, estende a poco a poco la sua razionalità all’intero spazio sociale fino a dominare ambiti apparentemente lontanissimi dalla sua sfera originaria, e diventare così la principale forza organizzatrice del nostro mondo» (la definizione è di Luca Paltrinieri). La forma impresa necessita di un’analitica del potere che si produce non per emanazione di un centro totalizzante, ma dal basso, «attraverso pratiche periferiche, procedure anonime, quando non acefale»: il che portava Foucault a mettere in guardia dalla ricerca di «uno stato maggiore che presiede alla razionalità del potere», di una casta che governa o di gruppi che controllano gli apparati dello Stato, e di indagare invece il «carattere implicito delle grandi strategie anonime, quasi mute, che coordinano tattiche loquaci, i cui «inventori» o responsabili sono spesso senza ipocrisia» (La volontà di sapere).

Si tratta di prendere coscienza di come ogni singolo processo valutativo contribuisca a formare il disegno: e, conclude Pinto citando Deleuze, «non è il caso né di avere paura né di sperare, bisogna cercare nuove armi».