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INVALSI: in arrivo i test per valutare empatia, grinta e auto-controllo (del futuro lavoratore ideale).

di Rossella Latempa

venerdì 5 aprile 2019

INVALSI: in arrivo i test per valutare empatia, grinta e auto-controllo (del futuro lavoratore ideale).

di Rossella Latempa- da roars.it

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E’ in arrivo la misurazione standardizzata delle soft skills degli studenti italiani, “quella gamma di qualità personali, spesso descritte come dimensioni non accademiche e non cognitive dell’apprendimento. Categorie come auto-controllo, benessere, perseveranza, felicità, resilienza, mentalità aperta, grinta, intelligenza sociale, “carattere” e tutto ciò che deriva dalla fusione “psico economica” della psicologia positiva con l’economia comportamentale”. Per la nuova “scienza delle soft skills” i “tratti” del carattere degli studenti sono veri e propri indicatori econometrici, da quantificare e ottimizzare fin dalla prima infanzia, perché determinanti del benessere prima individuale e poi sociale. Il nostro Istituto di Valutazione INVALSI ci lavora da tempo, in collaborazione con il prof. Vittadini, ordinario di Statistica a Milano che già un anno fa si domandava “come diagnosticare i problemi di carattere” degli studenti, ipotizzando di trovare “un accordo sulle dimensioni “utili” del carattere”, che avrebbe permesso (alle scuole) di “diagnosticare, calibrare” considerando non solo le “dimensioni psicologiche”, ma anche “sintomi clinici, spettro di sintomi [..] eziologia, specificità per categorie a rischio..”.
Dal 12 marzo sappiamo quali progetti di misurazione standardizzata INVALSI ha già in cantiere: problem solving collaborativo, imparare ad imparare e pensiero creativo. Il percorso è tracciato: entro due anni i primi test dovrebbero arrivare a un campione di scuole (studenti dagli 8 ai 17 anni). La nuova scienza dell’educazione basata “sui dati” si appresta a includere all’interno della visione riduzionista e meccanicistica della valutazione standardizzata anche psicologia, motivazioni, creatività, attitudini, comportamenti, secondo l’ “illusione di uomo modulare”, inteso come essere componibile, artefatto, con competenze hard e soft da misurare e ottimizzare in funzione della massima espansione di sé e del proprio tornaconto economico.

Con il termine soft skills, non cognitive skills, life skills, o socio-emotional skills[1] si indica “comunemente quella gamma di qualità personali, spesso descritte come dimensioni non accademiche e non cognitive dell’apprendimento. Categorie come auto-controllo, benessere, perseveranza, felicità, resilienza, mentalità aperta, grinta, intelligenza sociale, “carattere” e tutto ciò che deriva dalla fusione “psico economica” della psicologia positiva con l’economia comportamentale” [2]. Così il prof. Ben Williamson, della Facoltà di Scienze sociali dell’Università di Stirling, Regno Unito, descrive il recente campo di interesse di quella comunità transnazionale fatta di organizzazioni governative e non, agenzie pubbliche e private, think thanks e gruppi accademici di varie aree disciplinari[3], capace di incidere e dettare indirizzi economico-politici in campo educativo anche a livello nazionale[4]. Il recente investimento in termini di ricerche e risorse nel campo delle soft skills, a dispetto del linguaggio impiegato (che fa riferimento a temi come benessere emotivo, attitudini morali e comportamentali, tratti della personalità, della “singolarità” umana di ciascuno etc.), va letto tuttavia in una chiave ben precisa, ovvero nell’ottica dell’idea, oggi dominante, di “educazione basata sui dati”, “sulle evidenze”. Le soft skills, in poche parole, devono essere interpretate come nuove categorie concettuali da standardizzare, misurare e confrontare, anche in contesti diversi.

Il nuovo approccio all’educazione “basato sulle evidenze”, quella “combinazione di esperienza professionale in ingegneria informatica, statistica, psicologia cognitiva, neuroscienze, scienze dell’apprendimento, psicometria e bio-informatica; tecniche e metodi come la capacità di trarre informazioni da grandi quantità di dati (data mining), il machine learning, l’analisi predittiva e l’analisi di reti complesse (network analysis) [..]” che ha interesse (sia accademico/scientifico che di mercato)[5] a “misurare e prevedere i progressi e la realizzazione [degli obiettivi] degli studenti, ottimizzando l’apprendimento e l’ambiente in cui esso avviene”[6] converge a grandi passi verso il campo delle soft skills. 1. Lo scenario internazionale In quel processo che alcuni autori hanno ribattezzato “datification delle socio-emotional skills”[7], un ruolo chiave è stato svolto dall’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE – OECD nei riferimenti bibliografici), come di recente abbiamo già segnalato. Attraverso il suo Centro di Ricerca ed Innovazione Educativa (CERI), l’OCSE ha svolto un poderoso lavoro di raccolta e stabilizzazione di un gran corpo di ricerche di tipo psicometrico sulle competenze socio-emozionali, il cui scopo è stato quello di costruire un “apparato” di oggettività e di consenso internazionale attorno all’idea che un certo insieme di tratti psicologici, atteggiamenti o elementi del carattere degli studenti possano essere tradotti in una nuova metrica di indicatori quantificabili, standardizzabili e sistematizzabili in scale e referenziali, che li rendano confrontabili anche tra contesti diversi, esattamente come è accaduto nel tempo per le hard skills (le competenze base in lingua, matematica e scienze misurate dai test OCSE-PISA).

Contribuire a costruire la nuova “scienza delle soft skills”, un mix tra scienza dei dati e scienze psicologiche: questa la missione dell’OCSE. Nel 2014, il rapporto “Fostering and mesuring skills: improving cognitive and non cognitive skills to promote lifetime success” è tra i primi sul tema, e tra gli autori vede nomi autorevoli come quello del prof. J. J. Heckman, economista americano celebre per la sua “Equazione di Heckman”, che misura il ritorno in investimento in funzione della qualità e della tipologia di programmi educativi attuati nella prima infanzia (già incontrato qui); nel 2015 segue “Skills for social progress: the power of socio-emotional skills”, in cui, in apertura si afferma che “ciascuno è in grado di riconoscere l’importanza delle competenze sociali ed emotive, tuttavia c’è ancora mancanza di consapevolezza su cosa sia utile (what works) per accrescerle, misurarle e promuoverle”[8], poi si formalizza l’assunto-base dell’intero quadro concettuale: cioè che “misurare le competenze sociali ed emozionali è arduo, ma possibile e affidabile”[9].
Nel rapporto “Social and emotional skills for student success and well-being” del 2018, viene presentato il progetto denominato Study of Socio Emotional Skills (SESS), basato sul ben noto modello “Big Five”, che categorizza in 5 macro domini – “[aventi] valore predittivo e relazioni con importanti risultati nella vita”[10] – i diversi tratti delle personalità umane: apertura mentale, regolazione delle emozioni, collaborazione, performatività, impegno con gli altri. Sebbene il modello Big Five “derivi da ricerche sugli adulti”, l’OCSE riporta un gran numero di esempi di ricerche internazionali che, pur misurando diversi tratti “del temperamento della prima infanzia”[11], possono significativamente essere ricondotti (well fitting) alle macro-categorie Big Five.

D’altra parte, “le socio-emotional skills [sono] malleabili”; e siccome i “cambiamenti sostanziali avvengano nella prima infanzia e nell’adolescenza”, è fondamentale agire precocemente per promuovere le “giuste” soft skills. Le “evidenze mostrano come interventi pianificati e sistematici [..] possano migliorarle con successo”[12]. L’OCSE non si limita a farsi garante e promotrice della misurabilità e della “scientificità” delle soft skills di bambini e adolescenti, ma compie un passaggio ulteriore: investe le soft skills di imperativi economici, trasformando le competenze trasversali degli studenti in veri e propri indicatori econometrici, determinanti e predittori del benessere prima individuale e poi sociale. Le soft skills sono “attributi personali, disposizioni relativamente stabili, indipendenti dalle capacità cognitive, potenzialmente reattivi ad interventi esterni, dipendenti da fattori di contesto e vantaggiosi per un vasto range di risultati nella vita (life outcomes)”[13] la cui rilevanza è “dimostrabile per un ampio range di obiettivi [..pertanto..] importante oggetto di interesse politico” [14]: così afferma il rapporto “Personality matters: relevance and assessment of personality characteristics”, 2017. “Scientificità” e rilevanza politica, basate sull’oggettività di metodi standardizzati di misurazione e comparazione di tratti della personalità umana trasformati in nuova priorità economica, perché capaci di incidere sulla produttività individuale e sociale. Un vero e proprio “realismo metrico”[15], che dietro l’apparente neutralità e indipendenza dell’ apparato di codifica numerica costruito e impiegato, omette l’immenso processo di disciplinamento, semplificazione e riduzione necessari per tradurre la complessità psicologica e la singolarità umana in variabili matematiche.

Il progetto dell’OCSE è ben sintetizzato dall’ immagine seguente (Fig.1), rappresentazione concreta del life long learning, della costruzione del soggetto competente, il cui percorso di vita è una scalata verso la vetta del life outcome – il successo – che si svolge all’interno di un sistema immutabile, rappresentato dal “sole” del contesto socio-economico. Un sole che splende più per alcuni e meno per altri, come dato di natura, e sotto il quale l’individuo non può che darsi da fare e procedere lungo un percorso monitorato e lastricato di test: da quelli sulle competenze emergenti, sia emotive che cognitive, i test Baby Pisa a quelli sulle socio-emotional skills di 10 e 15 anni, senza trascurare le hard skills, da misurare sia nell’adolescenza che nell’età adulta (test PISA, 15 anni e test del programma PIIAC sulle competenze degli adulti, 16-65 anni). Tra le indagini (campionarie) che l’Organizzazione ha strutturato in corrispondenza dei vari traguardi di crescita, quella sulle competenze cognitive dei 15enni (Test PISA) ha visto coinvolti, a partire dal 2000 con cadenza triennale, anche i nostri studenti attraverso l’istituto di valutazione INVALSI. La vera novità è l’adesione di un campione di studenti italiani (dai 6 ai 15 anni) ai nuovi studi sulle Socio-Emotional Skills (OCSE SESS – Socio Emotional Skills Study e OCSE LSEC – Longitudinal Study of Socio Emotional Skills in the cities), segnalati qui e tuttora in corso. Difficile reperire informazioni sui siti istituzionali MIUR e INVALSI, in cui non c’è traccia – finora – né del quadro metodologico né delle finalità delle indagini. Eppure sui siti di tante scuole italiane è possibile leggere circolari che invitano i dirigenti scolastici ad aderire alle prime rilevazioni standardizzate del “carattere” degli studenti. La “catena di comando” parte dal MIUR, passa attraverso i centri territoriali (Uffici Scolastici Regionali) e arriva nelle scuole tramite i dirigenti e gli insegnanti, sempre più solerti nel rispondere alle sollecitazioni gerarchiche. 2. Il quadro nazionale Su scala nazionale, in diverse realtà, è già iniziata la misurazione standardizzata delle competenze trasversali di bambini e adolescenti.

Negli USA, l’Office of Educational Technology del Department of Education, nel 2013 ha pubblicato un rapporto dal titolo significativo: “Promoting grit, tenacity and perseverance” e, a due anni di distanza, una nuova legge federale Every student Succeeds Act (ESSA) ha reso obbligatorio “includere misure del carattere [degli studenti] nei [..] sistemi di accountability”. Nel Regno Unito il programma “Social and emotional aspects of learning (SEAL)” , che prevede “la misura dell’impatto di alcune competenze trasversali[..] su una varietà di risultati degli studenti” è già “implementato in circa il 90% delle scuole primarie e 70% di secondarie”. Anche la fondazione privata inglese Education Endowement – nota per i suoi “toolkit” educativi, criticati da diverse e autorevoli voci, tra cui quella del prof. G. Biesta, che non ha esitato a definire l’idea di educazione come “input-output causal system” buona solo per una “pig farming school” – ha strutturato un Socio Emotional Learning toolkit: una sorta di “cruscotto” attraverso cui calibrare, in termini di efficienza e costi, le pratiche e gli interventi d’impatto sulle competenze trasversali.

Anche in Italia, oltre alla partecipazione dei nostri studenti agli studi internazionali, sono iniziate ufficialmente le grandi manovre. “Non è forse arrivato il momento di esigere ben altro dai sistemi educativi? Imparare a vivere, imparare a imparare”, ha dichiarato in un recente editoriale la Presidente dell’INVALSI Ajello. Già nel febbraio 2018 il Centro Studi della Chiesa Cattolica dedicava una giornata di lavori alla “Sfida educativa delle soft skills”; nel marzo successivo, durante il seminario ad invito MIUR – INVALSI in cui venivano presentati i nuovi quesiti di matrice psicologica introdotti nel “Questionario Studente” associato ai test 2018, il prof. Giorgio Vittadini, ordinario di Statistica a Milano, sottolineava l’importanza della misurazione delle skills non cognitive; ancora, nel maggio 2018, sempre MIUR e INVALSI tenevano un altro seminario ad invito sul tema “Soft skills e competenze chiave: alla ricerca di punti di contatto”. Infine, nel dicembre scorso, il nuovo ministro Bussetti costituiva una commissione ministeriale dedicata proprio alle soft skills, considerate tra le priorità del nuovo esecutivo. La via italiana delle soft skills sembra dunque tracciata.

Qui puoi leggere tutto l’articolo e scaricare le relative slides[->https://www.roars.it/online/invalsi-in-arrivo-i-test-per-valutare-empatia-grinta-e-auto-controllo-del-futuro-lavoratore-ideale/]