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GOVERNO; SCUOLA REGIONALE; ESAME DI MATURITA’

di Rino Capasso

domenica 24 marzo 2019

L’elemento che caratterizza l’indirizzo politico del governo Lega- 5Stelle è la guerra brutale dichiarata ai migranti, la xenofobia e il razzismo esibiti ed esaltati contro di essi, e teorie e provvedimenti fascistoidi – a partire dal Decreto Salvini sulla “sicurezza” fino all’esaltazione dell’uso privato delle armi – che in realtà ingigantiscono l’insicurezza collettiva per potenziare il clima di odio e allarme permanente, affinché questo a sua volta favorisca provvedimenti ancora più liberticidi e reazionari.

Questa politica, promossa dalla Lega che ne è la vera beneficiaria elettorale (come dimostrano le ultime elezioni regionali e provinciali nonché i sondaggi), non viene affatto contrastata dai 5 Stelle che, anzi, abbandonati via via tutti i loro cavalli di battaglia, accettano la totale egemonia salviniana pur di restare al governo.

Il clima razzista e xenofobo, fomentato ed esaltato dal governo, sta avvelenando i rapporti sociali e la vita collettiva nel nostro Paese dando luogo ad una sequenza crescente di atti ripugnanti di ostilità e di aggressione nei confronti dei migranti: fino a penetrare anche nella scuola – forse l’ultimo baluardo contro la xenofobia e il razzismo – come il vergognoso episodio dello sciagurato maestro di Foligno, che ha letteralmente messo al muro un bambino nero, ha purtroppo testimoniato. Nauseante e demente “esperimento” che per fortuna ha trovato nella scuola stessa, nei bambini e nei loro genitori coinvolti, una positiva risposta corale: ma che, unitamente a tanti altri disgustosi esempi di razzismo esterni alla scuola di questi ultimi mesi, ci convincono ancor più di quanto avessimo visto giusto, come CESP, nel programmare una lunga serie di Convegni di formazione su “Migranti, razzismo, xenofobia, didattica dell’accoglienza e Costituzione” in giro per l’Italia: convegni che intendiamo ulteriormente estendere nelle province ancora non coinvolte.

La politica scolastica del governo

Ma il fatto che i COBAS siano stati forse i primi a lanciare l’allarme contro la pericolosità estrema e il carattere reazionario di questo governo – fin dalla sua formazione – non ci esime dal valutare obiettivamente la specifica politica scolastica del governo, peraltro affidata ad un burocrate ministeriale di lungo corso come Bussetti. In tal senso, non vanno fatte passare sotto silenzio alcune novità della Legge di bilancio 2019 che attenuano i gravissimi danni della Legge 107 renziana, peraltro su punti che avevano suscitato la nostra lotta incessante e quella dei docenti, ATA e studenti che ci hanno sostenuto nel conflitto contro la 107 dal 2015 ad oggi: il drastico ridimensionamento delle ore obbligatorie minime di Alternanza scuola lavoro (ASL), l’abolizione della titolarità su ambito e della chiamata nominativa dei docenti, la re-internalizzazione di 11mila posti di collaboratore scolastico.

Prima con la campagna referendaria, poi con la campagna di mobilitazione dell’anno scorso, come COBAS avevamo chiesto che fossero le scuole a decidere se svolgere le attività di ASL e per quante ore o, in subordine, un drastico ridimensionamento delle ore obbligatorie. Di fatto, almeno il secondo obiettivo è stato raggiunto con il passaggio da 400 a 210 ore nei professionali, a 150 nei tecnici e da 200 a 90 nei Licei. L’innovazione parte da questo anno scolastico, con conseguente “rimodulazione automatica” da parte dei Collegi delle attività già deliberate: lo scopo è tagliare drasticamente i fondi del 2019, destinati in parte al finanziamento di alcuni aumenti contrattuali previsti dal CCNL 2018, che erano senza copertura, e in parte alla riduzione del debito pubblico. Inoltre, lo svolgimento delle attività obbligatorie ASL e dei quiz Invalsi non è requisito di ammissione agli Esami di Stato (ma solo per quest’anno), però, con atteggiamento schizoide, la discussione delle esperienze di ASL diventa centrale nel colloquio del nuovo Esame.

La titolarità su ambito è stata abolita: coloro che sono titolari su ambito e incaricati su scuola acquisteranno automaticamente la titolarità nella scuola di attuale incarico. Scompare la chiamata nominativa per incarichi solo triennali, per cui non avremo più i precari di ruolo, ossimoro creato dalla così detta Buona scuola. Soprattutto, non vi sarà più la discrezionalità dei dirigenti nel selezionare e confermare gli incarichi dei docenti, con le conseguenze negative sulla libertà d’insegnamento, sul pluralismo didattico-culturale e sull’effettiva democrazia degli organi collegiali. Per la prima volta, inoltre, dei posti esternalizzati vengono reinternalizzati: l’appalto dei lavori di pulizia per un importo corrispondente a 11mila posti aveva determinato un aggravamento dei costi, una riduzione dell’igiene e della pulizia delle scuole, una proliferazione di margini di profitto per imprese appaltanti e sub-appaltanti e un particolare sfruttamento dei lavoratori/trici. Però, la reinternalizzazione, prevista per il 2020, è solo per 11mila posti in presenza di 18mila lavoratori occupati, per cui si staglia all’orizzonte una nuova guerra tra poveri. Inoltre, se non si procede ad una revisione dei parametri per la determinazione dell’organico di scuola dei collaboratori (considerando anche l’estensione degli spazi da pulire, le unità di personale con la riduzione delle mansioni per la legge 104 ecc.) vi sarà un aggravio di lavoro per il personale.

Il nuovo esame di Maturità

Solo che queste novità, certo una diminuzione dei danni della Legge 107, vengono sovrastate in negativo, oltre che dalla mancanza di un deciso cambio di passo nella stabilizzazione dei precari, soprattutto dall’inverosimile vicenda del “nuovo” Esame di Stato e dei suoi tempi, e ancor più dal progetto di regionalizzazione dell’istruzione che, oltre agli enormi danni generali che provocherebbe, potrebbe anche annullare l’effetto delle novità positive prima citate. L’introduzione del sorteggio nel colloquio dell’Esame di Stato ha il sapore del grottesco, con la trasformazione della prova in un terno al lotto. Soprattutto viene svalutato ulteriormente il ruolo dei docenti, che sulle base della conoscenza degli studenti (per i membri interni) e dei risultati degli scritti potevano strutturare il colloquio in base alle potenzialità di ogni studente. Nella stessa direzione va la standardizzazione della valutazione, con l’imposizione delle griglie ministeriali per le prove scritte. La terza prova scritta non è certamente da rimpiangere, ma la sua abolizione comporta una ulteriore svalutazione dei contenuti delle materie non oggetto delle prove scritte residue: incideranno solo sulla valutazione del colloquio, su cui peraltro le singole materie peseranno di meno della valutazione della relazione sull’ASL. Oltretutto, l’operazione già inaccettabile di per sé, diventa tanto più offensiva e umiliante in quanto condotta dopo aver superato la metà dell’anno scolastico. A soli quattro mesi dalla fine delle lezioni, studenti e docenti apprendono le novità e, in particolare, quali saranno le materie che insieme saranno oggetto della seconda prova scritta e le relative modalità. La programmazione didattica deve essere stravolta in corso d’opera e il lavoro svolto in questi mesi e negli anni precedenti interrotto e/o svalutato. Il tutto è caratterizzato da un ulteriore immiserimento dei contenuti disciplinari e delle capacità cognitive rispetto alle così dette competenze.

La regionalizzazione dell’istruzione pubblica

E, ad aggravare di molto il nostro giudizio sulla politica scolastica governativa, arriva poi l’intenzione distruttiva di regionalizzare l’istruzione scolastica. Per la verità, il Disegno di Legge sull’Autonomia differenziata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna porta a compimento la riforma costituzionale del Titolo V del 2001, approvata dal governo dell’allora centro sinistra, e intende dare a tutte le regioni che lo vorranno (oltre alle tre che l’hanno già richiesta), la competenza esclusiva su diverse materie, tra cui l’istruzione. Con l’acquisizione di tale modello il Governo M5S-Lega dimostra non solo di non essere in grado di realizzare le promesse di cambiamento economico-sociale a favore dei settori più deboli, ma porta a compimento le scelte messe in campo dai predecessori, facendo rimanere immutato il generale quadro degli interventi previsti. Seguendo il percorso dei predecessori, le cui radici affondano in quella errata visione “federalistico-autonomistica” della sinistra italiana che l’ha trascinata nella devastante e distruttiva impostazione aziendalistica e mercificante della scuola, l’istruzione potrebbe essere organizzata in base alle disponibilità economiche territoriali, con uno Stato che abdicherebbe definitivamente alla propria funzione istituzionale, condannando l’Italia ad acuire il divario sociale tra Nord e Sud, estromettendo ed emarginando i più vulnerabili e indifesi. Gli elementi connotativi del processo di regionalizzazione, così come si trovano nei testi di Veneto e Lombardia (l’Emilia Romagna cerca di distinguersi sostenendo che la regionalizzazione riguarderà “solo” l’istruzione professionale e tecnica, perseguendo così l’antico sogno di inglobarla), riguarda l’intera potestà legislativa in materia di norme generali sull’istruzione. Così tutte le materie oggi proprie dello Stato verrebbero trasferite alle regioni: finalità, funzioni e organizzazione del sistema educativo di istruzione e formazione; valutazione degli studenti (Invalsi) con indicatori territoriali specifici; programmazione di percorsi di ASL e formazione dei docenti; contratti regionali integrativi per il personale; programmazione formativa integrata tra istruzione e formazione professionale; definizione del fabbisogno regionale del personale e sua distribuzione nelle istituzioni scolastiche del territorio; specifici criteri per il riconoscimento della parità scolastica e dei finanziamenti; organi collegiali e loro funzionamento; istruzione degli adulti; istruzione tecnica superiore; costituzione e disciplina di un fondo pluriennale per l’Università; trasferimento delle risorse umane e finanziarie dell’USR e Ambiti Territoriali alla regione; procedure concorsuali regionali con ruolo regionale; definizione della percentuale del personale che si può trasferire dalle altre regioni, esclusi i dirigenti scolastici; applicazione della disciplina del personale iscritto con ruolo regionale ai docenti non abilitati.

L’incremento del divario tra scuole del Nord e del Sud

Non è difficile capire come la divaricazione socio-economica tra Nord e Sud non potrà che comportare un forte dislivello tra le due parti della nostra penisola con costi sociali elevatissimi. Infatti, l’obiettivo leghista (e non solo) di ridurre il residuo fiscale per le Regioni del Nord (la differenza tra il gettito fiscale e la spesa per i servizi pubblici in una determinata regione) porterebbe ad un aumento della disuguaglianza sostanziale e del divario tra Nord e Sud, in particolare tra scuole di serie A e scuole di serie B. Il fatto che le Regioni più ricche abbiano un residuo fiscale negativo e quelle più povere un residuo positivo è stato finora uno strumento fondamentale per la redistribuzione territoriale della ricchezza. Invece, con la regionalizzazione dell’istruzione non solo si permetterebbe alle regioni più ricche di entrare nel merito della programmazione dell’offerta formativa, dell’orientamento e dell’ASL (con imprese del territorio che intendono appropriarsi degli spazi curricolari delle scuole, decidendo del destino formativo dei giovani delle regioni “ricche”), ma si abbandonerebbero i giovani delle regioni più povere ad essere facile preda della malavita organizzata, che proprio su quei territori trova ancora manovalanza a basso costo da esportare. Con l’unico effetto, questo sì unitario, di deprivare intere generazioni di italiani/e, di quella formazione critica e completa, basata sui saperi disciplinari e su conoscenze generali della storia e della cultura dell’umanità e non semplicemente appartenente a singole regioni o aree geografiche, che avrà effetti devastanti per tutti/e.

Disomogeineità e disuguaglianza sono, dunque, le caratteristiche di un sistema politico istituzionale fondato sino ad ora sul carattere unitario del sistema Italia che la regionalizzazione dell’istruzione farà scomparire, a partire dai programmi e dal reclutamento di docenti e ATA, pagandoli con fondi regionali, creando divaricazioni stipendiali tra lavoratori/trici presenti nelle stesse scuole, a seconda che i beneficiari siano legati al sistema regionalistico o a quello residuale nazionale, con alcuni gravi interrogativi rispetto ai criteri di reclutamento, all’inquadramento giuridico e alla posizione rispetto al contratto nazionale. Di fronte a tutto questo, pur tra le differenze esistenti tra organizzazioni e associazioni che si occupano di scuola, si sta costituendo un fronte comune attraverso un Appello unitario dei sindacati scuola e del mondo dell’associazionismo per fermare la regionalizzazione del sistema di istruzione, chiamando ad una mobilitazione unitaria il mondo della scuola e della società civile per fermare un disegno politico disgregatore dell’unità e della coesione sociale del Paese.