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AL CINEMA: Culero?

di m.r.

lunedì 18 febbraio 2019

Culero ?

“Ho fatto la guerra: non mi fai paura, moccioso”. Earl Stone /Clint Eastwood

di m.r.

Culero in gergo, per quanto mi consta, è quel soggetto che transita per una determinata situazione geografica - non esattamente priva di rischi - trasportando qualche cosa che assomiglia parecchio (non ci giro troppo attorno) a un sigaro di droga infilato nel culo. Poi ci sono molti altri significati. Uno per tutti: cazzone. Ma quando nel prologo de Il corriere – The Mule, siamo nel 2005, un giovane ispanico chiama amichevolmente così Earl Stone, non più giovane floricoltore blasonato, specializzato in una sorta di orchidee che vivono un giorno solo, io penso al primo. Culero..? (quantomeno nella versione in originale) sibila il destinatario dell’affettuoso insulto, mentre i suoi occhi folgorano il ragazzo e per un istante - ma sarà l’unico - diventano una lama che ricorda nitidamente quella di Walt Kowalski, il veterano irascibile che odiava i diversi, proprietario di una luccicante Ford Gran Torino. Poco più di dieci anni fa Eastwood ci aveva lasciato con la solenne promessa che non l’avremmo più rivisto sullo schermo. Per fortuna eccolo ancora qui, a ottantotto anni suonati: a sparigliare le carte, a darsi una nuova identità, a rimettere tutto in discussione.

E’ un pick up ancora una volta Ford anni ’70 quello su cui, dodici anni dopo, Earl carica ciò che resta delle sue cose dopo che gli hanno pignorato la casa in ragione delle prima grande crisi del Midwest nel nuovo millennio. Alla sua guida ha attraversato 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione: circostanza messa a valore dal fidanzato della testimone della sposa sua nipote. Uno dei tanti giovani anonimi lungimiranti, ispanico doc, intuito sottile, decisioni veloci. Proposta indecente. Decide in fretta anche Earl e avviando il motore inscena un (altro) nuovo finale di partita. Grosse borse viaggiano sul suo F 100. Il suo nuovo lavoro può consentigli di ricomprarsi tutto, sostituire il ferrovecchio con un imponente Lincoln nero, vera gangsta car, finanziare i veterani, offrire rinfreschi. L’unica cosa che non si può comprare è il tempo. Quello sottratto a sua moglie, a sua figlia, alla sua famiglia. Lentamente, dolcemente, questo diventa il centro del film.

Restiamo incantati a vedere questo grande vecchio che guida canticchiando, che irride giovani muscolosi armati pesantemente, che regala fiori alle signore ma chiama signori un gruppo di bikers lesbiche, fagioli rossi i messicani, negro un automobilista in difficoltà. Che per neutralizzare il linguaggio politicamente scorretto ci regala però una lezioncina liberal fuori trama su cosa significa per un diverso un “controllo casuale” della polizia. Ma quando riconosciamo in Alison Eastwood il personaggio della figlia Iris (sic) che non gli rivolge più la parola diventa chiaro che l’uomo dietro la macchina da presa sta facendo i conti anche con il proprio passato e non solo con quello del suo protagonista. Così possiamo concentrarci ancora di più su di lui, osservare i suoi gesti, indovinare i suoi pensieri. Sentire il sapore di Un mondo perfetto nella personalità del suo cacciatore DEA, doppio rovesciato di Kevin Costner. Percepire l’affetto discretamente crescente di tutti quei giovani outlaw, la resistenza all’affetto di chi è sempre venuto dopo i fiori, dopo le convention, dopo tutto.

Quest’uomo di cinema di quasi novant’anni riesce a rendere plausibili perfino qualche notte passata con avvenenti signorine disponibili e un cartello della droga decisamente fuori scala. Scartando in contropiede contro il tempo, prendendosi quello che serve per ricostruire, giocandosi quello che gli resta per consegnarci in sottofinale una battuta della figlia che spiazza la nipote e soprattutto noi. Riportando così lui là dove doveva arrivare. Eastwood firma il suo film più intimo e personale non solo rimangiandosi la sciagurata promessa di non apparire più sullo schermo, ma lasciando la porta aperta sul tempo che gli rimane. Quando nell’epilogo la ripresa aerea salendo si allontana sempre più dal suo cappello di paglia (con laccio da cowboy – n.b.) cammina lento verso sinistra ed esce di scena, il passo leggendario, le spalle appena curve. Ma domani tornerà al lavoro.