MPI
USR Veneto
USP Padova
Comune Padova
Provincia Padova
Regione Veneto
Italia - servizi
Europa


Centro Studi per la Scuola Pubblica
via Cavallotti 2 - Padova
tel.049692171 - fax.0498824273
email: info@cesp-pd.it



CESP nazionale
CESP Bologna
Scuola e Costituzione
Rete Scuole
Comitato genitori
Ass. per i diritti dei lavoratori
Cobas della scuola
Normativa
  

Sito dalla scuola e per la scuola bene comune, di tutti e per tutti.
Se vuoi ricevere INFO_azione a cura del CESP di Padova invia una mail qui oppure visita il forum

venerdì 4 gennaio 2019, di cesppadova

discussione

Ze tempo de Bona Scòla de la tradisiòn!

di Rossella Latempa - Giuseppe Zambon


Segnaliamo questo attento intervento di Rossella Latempa e ricordiamo anche che l’assessore Donazan, pescata nella Destra Nazionale, eletta con Forza Italia già da tempo in piena sintonia con il Salvini pensiero più che con quello di Zaia, ha operato una caccia alle streghe contro le biblioteche scolastiche con libri ambiguamente gender, ha creato il buono libri discriminatorio verso gli studenti non UE oltre che attaccare ad oltranza la laicità della scuola repubblicana e ripromuovere il servizio militare obbligatorio. [G.Z.]

Ze tempo de Bona Scòla de la tradisiòn!

di Rossella Latempa da roars.it

Nell’ottobre scorso il ministro Bussetti ha firmato un’intesa[5] con il governatore della Regione Veneto Zaia che- in maniera piuttosto magniloquente e singolare- in premessa si richiama a priorità politiche come il “rafforzamento della prospettiva di internazionalizzazione del sistema di istruzione” oltre che alla “promozione e sviluppo delle competenze di cittadinanza globale” [6], salvo poi intitolarsi “Protocollo d’intesa [..] per lo sviluppo delle competenze degli alunni in materia di storia e cultura del Veneto”. Come dire, l’internazionalizzazione e la cittadinanza globale sono giustissime e a quelle ci ispiriamo, ma cominciamo dai fondamentali: da un robusto, veneto radicamento nelle tradizioni locali.

Con quel documento si sancisce una collaborazione MIUR-Regione finalizzata, tra le varie azioni, a: “formare il personale insegnante delle scuole statali e paritarie sulla storia e cultura del Veneto”.

Per questo la Regione, da un lato, si impegna a “realizzare percorsi di formazione [..] a sostegno della didattica della storia e cultura del Veneto e dell’emigrazione veneta”, mentre il MIUR, dall’altro, mette a “disposizione una quota di 5 insegnanti [..] destinati al protocollo d’intesa, al fine di offrire agli studenti opportunità formative di qualificato profilo, finalizzate all’acquisizione di competenze legate all’ambito del patrimonio storico culturale e delle produzioni culturali spendibili nella scelta post diploma, nel mercato del lavoro e nella ricerca applicata ai temi culturali, sociali, economici e della creatività”.

Leggendo la prosa involuta del protocollo, si capisce che questi 5 insegnanti regionali formati in cultura veneta dovranno in sostanza sviluppare competenze legate a tradizioni locali “spendibili” e opportunamente creative. A ben vedere i canoni della mitologia scolastica “alla Briatore” della Buona Scuola (come dimenticare il decreto delegato a “sostegno della creatività”) ci sono tutti, semplicemente e pericolosamente declinati a livello settoriale e geografico.

Ze tempo de Bona Scòla de la tradisiòn!

Con encomiabile solerzia veneta, un consigliere del vicentino di “Siamo Veneto” ha promosso il primo corso di lingua veneta in una scuola media, in collaborazione con l’Academia della Bona Creansa. Le lezioni, iniziate già i primi di dicembre, continueranno anche nel prossimo anno.

L’approdo ufficiale della lingua veneta nelle scuole statali è l’esito di un percorso di progressive spinte – più o meno legittime – che si agitano tra le province del Nord-Est. Già nel 2008 la Lega aveva lanciato una proposta di insegnamento in lingua veneta, sostenendo che “L’insegnamento della lingua italiana va concepito come complementare e non alternativo alla lingua veneta”.

Nel 2016, poi, era stata approvata a maggioranza una legge regionale che mirava al riconoscimento del popolo veneto come minoranza nazionale, sulla spinta di “Aggregazione Veneta”, un insieme di associazioni ed enti a tutela di identità, diritti etnici, cultura e lingua venete. Solo nell’aprile scorso la legge è stata bocciata dalla Consulta e i militanti di Aggregazione veneta hanno dovuto mettere nel cassetto le “certificazioni di nazionalità veneta”, oltre che i progetti di costituzione di “grafia veneta legale”.

2) I presepi

Come riferito dall’assessore alle Politiche dell’Istruzione, la Regione Veneto nel Bilancio 2018 “prevede uno stanziamento di 50mila euro per [..] la valorizzazione nelle istituzioni scolastiche dei simboli del patrimonio storico culturale”. Tra i vari simboli, si è scelto di realizzare presepi nelle scuole durante il periodo natalizio. Gli obiettivi – recitano le Linee Guida redatte dalla Regione per l’occasione – tengono “conto della tradizione storica e culturale del nostro territorio” e valorizzano la natura “non solo religiosa ma [rappresentante] la famiglia, la concordia, la maternità e i valori di pacificazione e speranza”. Le scuole che hanno aderito al bando regionale sono 546. Presidi, insegnanti e studenti si appresteranno quindi in questi giorni – proprio a ridosso dell’approvazione del “decreto sicurezza” – ad iniziare gli allestimenti in piena atmosfera natalizia, ciascuno pacificato con la propria coscienza.

I due esempi citati possono essere considerati, nel linguaggio ministerial-pedagoghese che le scuole hanno assimilato (sic!), come esempi di “pratiche di cittadinanza” nonché “progetti per la valorizzazione della cultura del territorio”. Come tali, i presidi delle scuole coinvolte li inseriranno diligentemente nei Piani dell’Offerta Formativa, che si accingono ad aggiornare. Sappiamo che in tempi di magra tutto fa brodo, anche un piccolo contributo regionale/presepe, che arricchirà quel ventaglio di attività – rigorosamente collaborative, dunque foriere di soft skills -da promuovere nei prossimi Open Day.

Cosa ci riserva il futuro?

Le recenti attività della scuola veneta non vanno rubricate come bizzarri episodi di folclore locale. Pur non essendo una novità la possibilità di recepire indicazioni regionali in merito ai piani di studio (essendo prevista in Veneto, ad esempio, già dalla legge regionale 8/2017), esse rappresentano un segnale culturale molto forte e significativo nella fase politico-sociale che stiamo attraversando. Lo stesso governatore Zaia ha dichiarato: “un’anteprima dell’autonomia regionale che verrà”.

La questione in gioco è molto delicata e si interseca con la cosiddetta autonomia differenziata rivendicata proprio dal Veneto, che, oltre agli odiosi aspetti di iniquità (la secessione dei ricchi, di G. Viesti), apre scenari preoccupanti dal punto di vista educativo.

In controluce si disegnano, infatti, la figura di un possibile insegnante-regionale con funzione e obiettivi sempre più regolati e monitorati a livello particolare e locale, in base alle esigenze delle realtà economico-produttive, nonché quella di un possibile studente-regionale, il cui destino sarà segnato dall’appartenenza a un territorio, secondo la regola del “più ha chi è più ricco”.

E’ questo il principio eversivo su cui si fonda la differenziazione dell’istruzione : un nuovo rapporto cittadino-Stato, mediato dalla Regione di appartenenza, quella stessa Regione che – tuttavia – continua a rappresentare costituzionalmente un’articolazione della Repubblica unitaria e indivisibile.

Diversificare l’istruzione su base territoriale sarebbe il passo decisivo di un’operazione portata avanti da decenni “in maniera discutibile e piuttosto oscura”[7], che ha radici e responsabilità profonde e complesse, connesse all’attuazione del federalismo fiscale (legge 42/2009 e decreti attuativi), al protrarsi della crisi e al dilagare di un preciso indirizzo politico – culturale: quello secondo cui lo “Statalismo” e l’intervento pubblico sarebbero il male assoluto, mentre la differenza e la disuguaglianza “naturali”, “buone” -quando non “inevitabili”- perché intrinsecamente connesse al merito, ossia frutto di impegno e capacità individuali.

Le narrazioni persistenti del “sacco del Nord”, degli “sprechi del Sud”, delle nemmeno tanto nascoste ruberie degli insegnanti meridionali che “gonfiano” i voti, ma poi vengono puntualmente sconfessati dalla Scienza di Stato-INVALSI, hanno continuato ad alimentare un immaginario pubblico fatto di semplificazioni spacciate per verità.

Si è dimenticato, invece, di sottolineare la progressiva de-responsabilizzazione della politica, il cui compito deve essere compensare le disuguaglianze, provando a prevenirle e limitarle e non quello di ratificarle distribuendo ricchezze sulla base di indicatori numerici locali.

Finché resteranno queste “le regole del gioco” e finché la politica non si farà carico del problema enorme delle disuguaglianze territoriali, le Scuole non potranno che continuare invano a tentare di colmare i divari sociali ed economici. L’impegno e la fatica di tutti quei lavoratori che con convinzione si spendono per affermare il diritto ad un’uguaglianza di opportunità culturali – al netto di inefficienze e “patologie” che la retorica attuale dipinge come prevalenti (fannulloni)-non potranno che trasformarsi ulteriormente in senso di frustrazione e inadeguatezza. Alla Scuola statale non resterà che attestare le differenze di “competenze/ performance”: tra meritevoli e non meritevoli, autoctoni e immigrati, maschi e femmine, eccellenti e mediocri, magari classificati ulteriormente su base differenziata regionale. In compenso, potrà essere un ottimo centro civico, in cui allestire presepi e progettare percorsi de bona creansa.

Bookmark and Share