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mercoledì 19 dicembre 2018, di cesppadova

discussione

INVALSI, INDIRE, COLLEGIO DOCENTI nel prossimo decreto semplificazione. Appunti.

di Rossella Latempa - Giuseppe Zambon


Nell’ennesimo decreto semplificazione in preparazione, ci sta l’indicazione dell’accorpamento, fusione o soppressione di Enti pubblici [tra cui - si accenna all’INVALSI, INDIRE, ANVUR e ... ai Collegi Docenti]. Molti si sono persuasi di un possibile belletto al testificio INVALSI per renderlo meno antipatico agli studenti [aiuto la maturità!?] e ad una parte consistente degli insegnanti che non ne digeriscono metodo e contenuti. Il ministro è subito intervenuto riaffermando la bontà dei test, ma riservandosi uno spazio per la loro coniugazione. Nessuno fino ad ora è intervenuto sul cenno ai Collegio Docenti, organo didattico, di confronto, di elaborazione e di controllo della funzione educativa dell’istituzione scolastica, il cui ruolo è indigesto all’ANP [Associazione Nazionale Presidi] che lo imputa di rendere farraginosa la gestione didattico amministrativa delle scuole. Ovvero il Collegio è visto come un ostacolo alla decisionalità ed operatività del dirigente scolastico, che, come ben sappiamo, vorrebbe mano libera anche nella conduzione didattica, già in moltissime situazioni dispotica, delle scuole stesse. Tanto più oggi che fioccano le opzioni di minoranza che vanno ad incrinare la gestione dello stesso INVALSI e dei PTOF: non sono paghi della Brunetta e della L.107/15. Naturalmente il ministro si è ben guardato da fornire ragguagli.

di G.Z.

Test Invalsi: l’illusione morale di una giustizia che non c’è

di Rossella Latempa da ilmanifesto.it

Non convince quanto scrive Chiara Saraceno sulle pagine di Repubblica («I test Invalsi per una scuola più giusta»), a commento delle recenti voci su una revisione/fusione degli enti preposti alla valutazione del sistema di Istruzione pubblico.

Non convincono né il titolo – il test strumento di giustizia sociale- né le argomentazioni – gli insegnanti che si rifiutano per principio di essere valutati – che hanno fatto da grancassa alla progressiva trasformazione neoliberale dell’istruzione italiana, in un contesto globale. Le denunce di Saraceno – l’addestramento seriale nelle scuole trasformate in ”testifici”, l’impiego dei test nelle certificazioni individuali degli studenti come biglietto d’ingresso nel mercato del lavoro o nelle Università– non descrivono distorsioni accidentali. Non si tratta di un uso deformato e perfettibile del test, “strumento di giustizia” incompreso, che non gode di simpatie nel mondo scolastico.

Un test censuario, come quello Invalsi, ossia somministrato alla totalità degli studenti dai 7 ai 18 anni, non è un neutro strumento di indagine scientifica, ma uno strumento di regolazione e controllo (accountability) dell’attività educativa, il cui fine è esattamente quello previsto: trasformare l’esito delle prove in una misura dell’apprendimento degli studenti correlata alla qualità delle scuole.

Buon punteggio ai test significherebbe automaticamente buona qualità. D’altra parte a questo serve il “valore aggiunto” che l’Invalsi ha confezionato: a capire quanto “aggiunge” o “sottrae” un istituto – e dunque via via il singolo insegnante – all’apprendimento dei suoi studenti. Si tratta di uno strumento performativo, capace di indurre comportamenti e giudizi di valore, contestato scientificamente e dagli effetti ben noti a chi conosce l’evoluzione dei sistemi di istruzione angloamericani, che premia chi avanza e punisce chi recede (per ora, solo moralmente all’interno della comunità professionale).

Se l’intento fosse quello di “monitorare le disuguaglianze”- impegno nobilissimo condiviso da tanti insegnanti- basterebbero dati statistici raccolti su campioni ben scelti. La somministrazione di massa di test e i questionari di carattere psicometrico (come dimenticare i nuovi quesiti della scorsa primavera sulle “aspettative future” a 10 e 15 anni: avrò abbastanza soldi per vivere? Sono un ragazzo capace di pensare in fretta? Riuscirò a comprare le cose che voglio?) sono invece perfettamente coerenti con la nuova deriva tecnocratica che l’istruzione (non solo italiana) sta attraversando e che tanti denunciano da tempo (si leggano i post di Roars o del gruppo Noinvalsi).

Deriva che poggia, da una parte, sull’illusione razionalista di poter quantificare ogni performance del soggetto-capitalista umano (così lo definisce Roberto Ciccarelli, Il capitale disumano, la vita in alternanza scuola lavoro, Manifestolibri) e, dall’altra, sulla totale delegittimazione del giudizio professionale e della specificità dei contesti, sostituiti da indicatori numerici facilmente comparabili.

Pensare -come sostiene Saraceno -che rifiutare i test standardizzati significhi nascondersi dietro il “velo dell’ignoranza” somiglia a un velo di ipocrisia. Così si strangola la scuola nelle morse di un fallimento di cui è ritenuta unica responsabile. Non è migliorando uno strumento di misura che si modifica il fenomeno che si vuole misurare.

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