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INVALSI alla scuola d’infanzia?!!

di Rossella Latempa

mercoledì 18 luglio 2018

INVALSI alla scuola d’infanzia?!!

di Rossella Latempa da roars.it

“L’apprendimento e l’istruzione non iniziano con scuola dell’obbligo: iniziano dalla nascita. [..] Alta qualità di istruzione e cura nella prima infanzia rappresentano le fondamenta per un apprendimento permanente di successo, integrazione sociale, sviluppo personale e, poi, per l’occupabilità di ogni bambino”[1]. Così parla un rapporto della Commissione europea. “Starting strong”, suggerisce l’OCSE: partiamo alla grande. Tutto questo ad una precisa condizione. Che si tratti di istruzione e cura di qualità. E nell’era della Valutazione e della Buona Scuola, la parola qualità, in Italia chiama in causa l’INVALSI. Apprendiamo da un rapporto del CNEL del 2014 che l’INVALSI “è impegnato in un progetto pilota denominato INVALSI VIPS (Valutazione Inziale della Prontezza Scolastica e all’apprendimento) il quale si propone di iniziare la valutazione della capacità di apprendere e dei suoi antecedenti nei bambini che terminano la scuola dell’infanzia e iniziano la primaria. Per quanto il sito dell’INVALSI non riporti alcuna traccia del progetto VIPS nella sezione infanzia, in quest’area apprendiamo che “l’azione della scuola può definirsi efficace quando assicura risultati a distanza nei percorsi di studio successivi o nell’inserimento nel mondo del lavoro”. Si, proprio così. Nel mondo del lavoro. In rete, si ricava qualche informazione da due curricula personali e da una presentazione pubblica: a quanto pare, una prima valutazione della prontezza dei bambini dai 3-5 anni c’è già stata. In quali scuole? Come mai l’Istituto di Valutazione non ha reso trasparente una ricerca così seria? Scopriamo quindi che il “grande esperimento-infanzia” è già partito. La parentesi dell’infanzia, unico segmento finora inviolato dalla nuova “utopia sociale”, che riconfigura la civitas humana dalle fondamenta, in nome del principio di valorizzazione (life-long learning), è ufficialmente parte del meccanismo. Niente di cui meravigliarsi, quindi. Solo quel sottile senso di disturbo perché “valutazione” e “servizio” sono arrivati fino all’infanzia. Oggi, quando si guarda un bambino, bisogna subito capire cosa la società potrà farsene di lui.

“L’apprendimento e l’istruzione non iniziano con scuola dell’obbligo: iniziano dalla nascita. [..] Alta qualità di istruzione e cura nella prima infanzia rappresentano le fondamenta per un apprendimento permanente di successo, integrazione sociale, sviluppo personale e, poi, per l’occupabilità di ogni bambino”[1]. Così parla il rapporto sulla qualità dei servizi dedicati all’istruzione e cura della prima infanzia (ECEC – Early Childhood Education and Care) della Commissione europea. Che l’infanzia fosse un eccezionale laboratorio per la formazione dell’individuo più adatto alla società della conoscenza, lo aveva capito l’Organizzazione per lo sviluppo e la Cooperazione Economica (OCSE) fin dal 1998, anno della costituzione della Thematic Review of Early Childhood Education and Care Policy[2]: l’ECEC, appunto, acronimo globale con cui oggi i tecnici dell’educazione si riferiscono a quelli che i nostri genitori chiamavano asili o scuole materne. UNESCO, Banca Mondiale, Unione Europea, OCSE hanno fatto dell’infanzia un oggetto di studi da anni. “Per ogni dollaro investito in infanzia, il ritorno in investimento è 7 volte maggiore”[3]. Così si esprime il premio Nobel per l’Economia James Heckman in uno studio dal titolo: “Scuole, Competenze e Sinapsi”, svolto per il Natitonal Bureau of Economic Research degli Stati Uniti nel 2008. Il professor Heckman, noto per la sua collaborazione con i Reggio children della “nuova locomotiva” d’Italia[4] – l’Emilia Romagna- è uno strenuo sostenitore dell’importanza degli investimenti precoci sullo sviluppo dei bambini. Sviluppo non solo di abilità cognitive, ma soprattutto di competenze socio-emozionali, “determinanti per il successo socioeconomico”[5] e l’impatto a lungo termine su fattori sociali come riduzione del crimine, delle gravidanze indesiderate tra adolescenti oltre che per l’aumento della produttività della forza lavoro. “Starting strong”, suggerisce l’OCSE: partiamo alla grande. >>

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