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domenica 15 aprile 2018, di cesppadova

discussione

”Educazione all’imprenditorialità”. Il sillabo del MIUR

di Anna Angelucci


’”Educazione all’imprenditorialità”

di Anna Angelucci da roars.it

SCHEDA

L’ultimo dei documenti recapitati alle scuole dal MIUR il 14 Marzo scorso è il sillabo sull’”Educazione all’imprenditorialità” per le scuole superiori.

Un documento diviso in 5 “temi propedeutici all’introduzione strutturale all’imprenditorialità”. Nel primo tema l’allievo è chiamato a “misurare la sua propensione imprenditoriale”. Attività didattiche più adatte: “Personal model canvas, giochi di ruolo, quiz individuali”; il “Silent coaching per stimolare l’autoconsapevolezza”, oltre a (più banali) “visite guidate in impresa”. Nel secondo, l’allievo deve “comprendere i principali trend tecnologici”, “analizzare il contesto e coinvolgere gli stakeholder di riferimento” attorno alla sua idea. Attività didattiche: “Case histories”, “schede SWOT di valutazione di idee imprenditoriali”, “Innovation e Creativity Camp o Startup bootcamps”, “Hackaton” “incontri di co-creazione anche su format di matchmaking”; “Personas”. Nel terzo tema si parla del “team building”, la “leadership”, il “design thinking” il “Business model plan e canvas”, la “lean startup”, da sviluppare con attività didattiche come il “Brainstorming, “simulazioni di selezione del personale”. Il quarto e il quinto tema: ”fundraising”, “budget”, “marketing e growth hacking”, “strumenti di comunicazione”, “internazionalizzazione”, contabilità, prezzi e potere d’acquisto, monete e criptovalute; finanza e fintech, gestione del budget. Attività didattiche: “simulazioni di crowfunding”, “esercizi di digital marketing”, di “promozione del Made in Italy”, “Theory of change”, “edugames, interviste”. Chi ha pensato e scritto tutto questo? Colpisce, oltre alle solite avanguardie intellettuali (Confindustria e Fondazioni varie), la presenza di Scuola Zoo: una holding che fattura 10 milioni di euro “un po’ Scuola e un po’ Zoo”; un po’ kollettivo, un po’ business incubator, che è ormai in “linea diretta con il ministro”. Che fare? Forse è giunto il momento di dire: “No, grazie. Perché credo ancora in una Scuola statale come luogo di trasmissione della passione del sapere, oltre che di formazione di una coscienza civile e politica. Non lascerei a tecnici e rampanti policy makers l’arduo compito di interpretare le esigenze della società sulla base parametri puramente economici”.

Link alla prima parte: La competenza imprenditoriale: una cosmologica “Teoria del Tutto” per il terzo millennio?

Link alla seconda parte: Piccoli imprenditori crescono: i modelli MIUR per le scuole elementari e medie

Piccoli imprenditori crescono / Terza parte

“Oggi spieghiamo: il Business Model Canvas”, sul nuovo Sillabo sull’educazione imprenditoriale del MIUR.

L’ultimo dei documenti recapitati alle scuole dal MIUR il 14 Marzo scorso è il sillabo sull’”Educazione all’imprenditorialità”. Di tutti, sicuramente il più inquietante. La sensazione ad una prima lettura è di completa incredulità e smarrimento. Se alle elementari e alle medie gli insegnanti possono ancora cavarsela con qualche gioco di ruolo e problemino pseudo reale di spesa-ricavo-guadagno da risolvere cooperativamente, alle superiori la musica cambia. La circolare di accompagnamento prepara il terreno con un linguaggio post-pedagogico: “promuovere un approccio sinergico … una modalità cross-curricolare, in cui gli obiettivi risultano trasversali ed orizzontali rispetto ai vari insegnamenti”. Come dire: bisogna farsene carico un po’ tutti. Per quel che riguarda le metodologie, per fortuna, nessun sussulto. Si tratta delle prassi didattiche divenute oramai esse stesse “tradizionali” nella prosa ministeriale: protagonismo degli studenti, dimensione pratica, imparare facendo, creatività, problem solving (Ora pro nobis). Su di esse ormai l’occhio educato alla letteratura dell’innovazione didattica dell’insegnante scivola senza indugio, quasi recitandole. Il Sillabo è il vero “pezzo forte”. Un documento di 11 pagine diviso in 5 “temi propedeutici all’introduzione strutturale all’imprenditorialità”, divisi in vari sotto-temi, declinati con una serie di verbi all’infinito o argomenti. Ogni tema è corredato da esempi di attività didattiche. Siccome è impossibile commentare ciò che non si comprende, l’unica strada percorribile è selezionare alcuni frammenti, invitando il lettore all’analisi e all’esercizio critico del testo completo. I 5 temi seguono idealmente la nascita di un’idea dalla sua forma alla sua realizzazione di mercato.

Nel primo tema l’allievo è chiamato a fare un’autovalutazione e a “misurare la sua propensione imprenditoriale”. Si introducono i concetti base di impresa (vision, mission, ruolo sociale, diverse forme del lavoro e di impresa). Le attività didattiche più adatte sembrano essere: il “Personal model canvas, giochi di ruolo, quiz individuali”; il “Silent coaching per stimolare l’autoconsapevolezza”, oltre a (più banali) “visite guidate in impresa”.

Cosa saranno mai i canvas? [qui la riposta, NdR] E il silent coaching? Non eravamo rimasti alla Mindfulness?

Nel secondo, l’allievo viene introdotto ai “pilastri di un’idea” intesa come “risposta ad un’esigenza”, da saper trasformare in “valore in termini di scalabilità e replicabilità”. Deve “comprendere i principali trend tecnologici”, “analizzare il contesto e coinvolgere gli stakeholder di riferimento” attorno alla sua idea. Le attività didattiche più adatte sembrano essere: “Case histories”, “schede SWOT di valutazione di idee imprenditoriali”, “Innovation e Creativity Camp o Startup bootcamps”, “Hackaton” “incontri di co-creazione anche su format di matchmaking”; “Personas”.

Qui le cose si complicano. Siamo lontani anni luce dal concetto di idea come “esperimento mentale” galileiano: le idee che contano derivano da un’esigenza e vanno trasformate in valore scalabile. E poi bisogna attrezzarsi subito con qualche MOOC su Creativity camp – Startup bootcamp, ma soprattutto “Personas” (che sicuramente non è il titolo dell’ultima serie di Netflix).

Nel terzo tema si parla del “team building”, la “leadership”, il “design thinking” il “Business model plan e canvas”, la “lean startup”, da sviluppare con attività didattiche come il “Brainstorming, “simulazioni di selezione del? personale” e gli (straordinari, nel titolo, almeno per chi scrive) “esercizi di accelerazione”, che non sono problemi di cinematica o dinamica, ma compilazioni di Business plan di varia natura.

Qui alcuni argomenti sembrano quasi “confortevoli”. I nuovi e più scintillanti corsi di formazione ci hanno abituati al cooperative working e al brainstorming.

Il quarto e il quinto tema sono quelli propriamente dedicati agli aspetti di realizzazione: si entra nel vivo delle opportunità di finanziamento: ”fundraising”, “budget”, “marketing e growth hacking”, “strumenti di comunicazione”, “internazionalizzazione”. In “cittadinanza economica” si introducono elementi di economia e crescita, contabilità, prezzi e potere d’acquisto, monete e criptovalute; finanza e fintech, gestione del budget. Le attività didattiche possibili sono “simulazioni di crowfunding”, “esercizi di digital marketing”, di “promozione del Made in Italy”, “Theory of change”, “edugames, interviste”.

Due domande.

La prima: chi ha pensato e scritto tutto questo? La circolare parla di “rappresentanze di impresa”, “attori della società civile”, “associazioni professionali”, “istituzioni”, “mondo accademico”. Niente di più generico. In un documento a parte c’è una non ben identificata quanto suggestiva “lista della Coalizione all’imprenditorialità” (non se ne fa cenno nella circolare, si tratterà proprio degli autori?). Se una rappresentanza ampia e pluralista di insegnanti latita in documenti come il Piano di Formazione dei docenti o il Piano Digitale, figuriamoci quanti insegnanti potremo mai trovarne all’interno della Große Koalition imprenditoriale. Infatti, solo l’ADI – Associazione Docenti e Dirigenti Italiani – e la CRUI- Conferenza dei Rettori Universitari Italiani -rappresentano, in senso lato, Scuola e Università statali (e non). Colpisce, oltre alle solite avanguardie intellettuali (Confindustria e Fondazioni varie), la presenza di Scuola Zoo. Chi di noi pensasse ancora ad un blog scanzonato di studenti, è rimasto molto indietro (per prima, chi scrive). Si scopre, ad esempio qui, che Scuola Zoo è una holding che fattura 10 milioni di euro “un po’ Scuola e un po’ Zoo”; un po’ kollettivo, un po’ business incubator, che fa formazione per gli studenti (come diventare R.I.S. , Rappresentanti di Istituto Scuolazoo, come affrontare le esperienze scuola-lavoro) ed è ormai in “linea diretta con il ministro”.

La seconda domanda: come verranno attuati i percorsi di imprenditorialità? Su questo punto la circolare sembra fare maggiore chiarezza. Gli insegnanti, potranno “avvalersi della cooperazione con organizzazioni che possiedono il know-how” del settore. I pur rilevanti ed incrementali tentativi di ri-formulare la professionalità docente dall’interno, per retro-azione ed adeguamento volontario, messi in atto dai piani programmatici ministeriali e dalle nuove direttive sulla valutazione, non riuscirebbero – pensiamo – a colmare il vuoto di know-how. D’altra parte, il contributo alla formazione autonoma nato con la Buona Scuola (500 euro), non coprirebbe le spese di un master ASFOR in General Management, anche per il più volenteroso start-upper tra i docenti.

Le strade possibili al momento appaiono due.

“Raccogliere la sfida” e trasformarsi in novelli Prometeo, accettando la partnership degli esperti esterni e contribuendo alla trasformazione graduale della Vecchia Scuola in un FabLab di co-workers.

Oppure esercitare il diritto, pacifico e individuale, di anteporre una propria scelta etica a quella indicata dalla normativa. Chiamiamola “obiezione di coscienza” o “disobbedienza civile”. Il succo è dire: “No, grazie. Perché credo ancora in una Scuola statale come luogo di trasmissione della passione del sapere, oltre che di formazione di una coscienza civile e politica. E per cambiarla comincerei ad entrare nelle classi e parlare con chi le abita da anni: non lascerei a tecnici e rampanti policy makers l’arduo compito di interpretare le esigenze della società sulla base parametri puramente economici”.

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