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lunedì 5 febbraio 2018, di cesppadova

discussione

SENZA ZAINO

di Donata Miniati


Il modello Senza Zaino nella scuola pubblica. Visione e pratiche di un’esperienza di cambiamento

di Donata M. Miniati da vivalascuola

“Restare liberi, restare umani. Tornare a scuola”. Mi riconosco nelle parole di Emanuele Rainone (sul numero di vivalascuola di novembre), che interpreto come l’indicazione di una prospettiva etica, pedagogica e culturale, una possibilità di libertà e di cambiamento nella scuola e a partire dalla scuola, qui e ora. Le leggo anche come uno stimolo per iniziare a raccontare esperienze realizzate di rinnovamento capaci di sbloccare l’esistente, di abbandonare ciò che sembra scontato e tanto più pervasive quanto più riescono a uscire da nicchie privilegiate o individuali, e diffondersi in orizzontale, in una rete di relazioni e scambi nella scuola di tutti, riempiendo gli spazi del sistema formativo.

Tornare (o meglio restare) a scuola, identificando nel “fare scuola” il nucleo di senso, l’esperienza vitale che si confronta con la realtà delle persone che ospita, con bisogni esistenziali e domande urgenti alle quali dare risposta, in un contesto in rapido mutamento. È stata la scelta che ho cercato di seguire come insegnante, in scenari e contesti diversi, seguendo la personale biografia e il cambiare della scuola nel tempo. Dagli anni Settanta delle sperimentazioni diffuse e di ricerca sul campo, di scuola attiva promossa da movimenti innovatori sulla scia di “maestri visionari” (Lodi, Milani, Rodari, Ciari, Freire, Freinet…), delle conquiste di “democrazia”, dell’attenzione ai più fragili. E nei decenni a seguire del “ritorno all’ordine”, in un crescendo di riforme dirigiste con progressivo ingessamento burocratico, didattico e organizzativo, fino alla galassia eterogenea delle scuole dell’autonomia, in cerca di identità nella babele dei progetti e nel mito salvifico delle tecnologie. Un modello che non funziona nel suo insieme, che non riesce a superare le criticità, come la dispersione e l’abbandono, che stenta a essere un luogo di vita autentica e formazione umana secondo i valori ai quali dice di ispirarsi: cittadinanza, accoglienza, cooperazione, iniziativa tra i primi. Tante aspettative e buone prassi sono state disperse o non valorizzate, l’azione didattica e il valore dell’esperienza sono finite ai margini di consuetudini didattiche ripetitive e stanche. Sembrerebbe un destino ineluttabile.

L’incontro con Senza Zaino mi consente di dire che un ripensamento radicale è possibile: è stato un “tornare a scuola” ri-generativo, capace di attivare insieme pensiero critico, conoscenza, manualità, creatività, immaginazione, emozioni nella relazione insegnamento-apprendimento. In una dimensione comunitaria, insieme a coloro che ugualmente non hanno ripiegato nella frustrazione, nel lamento sterile, o nell’accettazione passiva e si interrogano sul senso e l’efficacia del proprio agire, consapevoli che «il punto essenziale è il problema di cosa fare perché il nostro fare meriti il nome di educazione», ricordando J. Dewey.

Raccontando l’esperienza, va detto che essere insegnanti Senza Zaino richiede partecipazione e presenza attiva, soprattutto nei primi anni, sia in termini di formazione sulle pratiche didattiche, sugli strumenti, sulle procedure, sia nel fare con la mente, con le mani, con l’attenzione alle relazioni, contribuendo alla crescita della comunità: dalla classe alla rete. La pedagogia di Senza Zaino (da adesso in poi SZ) però funziona anche in “ambiente adulto”: si apprende nel quotidiano a condividere risorse, idee, metodi, strumenti, a usare il tempo progettando le attività, senza le dispersioni della collegialità a parole. Insegnare, con o senza zaino, è comunque un compito “senza fine”, che si alimenta e rinnova nei traguardi visibili dei nostri studenti, piccoli o meno, con gli effetti formativi del nostro agire quotidiano. Come poter stare per il tempo necessario a fianco di P. che ha bisogno della mia presenza per capire che può farcela da solo mentre gli altri ai loro tavoli lavorano a coppie sottovoce, con i materiali messi a disposizione, totalmente presenti a ciò che fanno.

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