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venerdì 27 ottobre 2017, di cesppadova

discussione

RABBIA; RABBIA; RABBIA.

di Giovanna Lo Presti


Dopo gli annunciati 500€ netti mensili ai dirigenti scolastici contro i 50€ agli insegnanti, i 30€ agli ata e collaboratori il mugugno nei corridoi scolastici sta diventando indignazione sempre e ancora purtroppo individuale: il 10 novembre è un occasione per fala uscire dalle scuole, per renderla visibile ai notabili del paese.

Rabbia, rabbia, rabbia. Il nemico è tra noi

di Giovanna Lo Presti da vivalascuola

Rabbia, rabbia, rabbia. È da un quarto di secolo che non provo altro che rabbia di fronte allo stillicidio di “riforme” e di interventi che toccano la scuola italiana; e non c’è stato ministro dell’Istruzione (eccettuato forse Tullio De Mauro, che passò come una meteora, lasciando poca traccia di sé) che non abbia voluto legare il proprio mandato a presunte “novità”, sotto le quali si nascondeva, malamente, un unico progetto di rimodellamento della scuola pubblica, sempre più piegata alle esigenze del mondo esterno, sempre meno legata alle proprie radici ed alla peculiarità della cultura del nostro Paese. Che questo scellerato progetto di omologazione della scuola abbia dato soltanto frutti velenosi, pare non interessare i “decisori politici”. Tanto, loro, nelle aule scolastiche non vivono tutti i giorni, lavorando con fatica. La riforma Berlinguer, la riforma Moratti, la riforma Gelmini, e poi gli interventi di Profumo e Giannini dovevano precipitare necessariamente laddove il tanto affaticar fu volto, nell’abisso orrido della “buona scuola” di Renzi. Là tutti i fili sono stati tirati, tutti i nodi sono venuti al pettine, tutto ha trovato una sua abborracciata sistemazione: soprattutto ha visto il suo trionfo un abbozzo incompiuto, quel disegno di legge Aprea, che auspicava la chiamata diretta, che esaltava la “meritocrazia”, che rendeva l’accesso all’insegnamento una gimcana lunga, complicata, con numerosi trabocchetti che potevano interrompere la gara in ogni momento. Il premio finale: un lavoro da 1.400 euro circa al mese, per governare masse di bambini, ragazzini, adolescenti intossicati dall’uso di cellulari, computer, videogiochi.

Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: oggi paghiamo caro e paghiamo tutto (i bassi stipendi, il corpo insegnante più vecchio del mondo, le aule fatiscenti, le attrezzature carenti, la corsa a dimostrarsi “meritevoli”, l’accantonamento delle conoscenze disciplinari in nome del “metodo” di insegnamento, la confusione tra scuola e lavoro, la gerarchizzazione in atto…) ma paghiamo anche a causa di molti nostri colleghi “miglioristi”, che hanno sempre preteso di usare qualsiasi evidente stupidaggine estraendone il presunto succo prezioso, migliorandola, appunto, dall’interno. È andata così per l’ “autonomia scolastica”, una plateale bufala che ha determinato la corsa al cliente-studente, che ha fatto nascere la triste voga dei cartelloni pubblicitari che vantano i meriti dei singoli istituti, che ha fatto decadere l’idea di scuola della Repubblica. Eppure l’autonomia scolastica è stata lodata (lo è ancora) da destra e da sinistra e non sono bastati i dati oggettivi che la rivelavano per quello che era (una goffa bugia) per convincere tutti i paladini dell’autonomia ad abbandonare la loro causa.

La scuola è una dependance dell’azienda

Stessa sorte ha avuto l’alternanza scuola-lavoro, di cui molto si discute proprio adesso: dopo decenni di esperienze parziali, la “buona scuola” ottimizza il danno e rende l’alternanza obbligatoria. La quale alternanza non è di per sé demoniaca, ammesso che l’ambiente di lavoro si metta al servizio della scuola ed accolga i nostri studenti con l’unica intenzione di far loro imparare qualcosa di specifico che non possono imparare nelle aule scolastiche. Ma questo “qualcosa” non può e non deve essere l’imparare ad obbedire, l’imparare che lavorare stanca e deprime, che qualsiasi compito va eseguito se è il capo che lo ordina. Gli insegnanti “miglioristi” anche in questo caso sono stati complici di progetti al ribasso; ed invece è proprio dalla voce qualificata dei docenti che dovevano giungere le critiche più acute al maldestro modo di intendere l’alternanza scuola-lavoro.

Nessuna voce pubblica, d’altra parte, si leva contro la clamorosa fandonia che attribuisce alla insufficiente preparazione scolastica la causa prima della disoccupazione giovanile. Infine, l’annotazione per me decisiva: quando il dotto, il ricco ed il patrizio vulgo manderà in massa i propri figli a frequentare le scuole professionali per parare un umile mestiere allora sarà superato quello che è lo scoglio più grande e che ha un nome vecchio eppure attuale, scuola di classe. Oggi la scuola non è più fattore di emancipazione sociale: i figli dei ricchi vanno al liceo, i figli dei poveri vanno alle scuole professionali. Un sistema perverso ma non privo di logica rende proprio le scuole tecnico-professionali più sottomesse ad una alternanza riassumibile nel motto “meno scuola, più lavoro”. Ma il “lavoro” che prefigura l’alternanza è il lavoro precario, prono alle esigenze del profitto per pochi.

Gli insegnanti: poveri con lavoro

Mi pare evidente che la nostra è una società che sta avviandosi a istituzionalizzare l’idealtipo del working poor. Ed è anche lampante che fra i “poveri con un lavoro” si possano già annoverare parecchi nostri colleghi: quelli, a esempio, trasportati dalle immissioni della “buona scuola” dal Sud al Nord. Quelli stessi che poi – ma c’è da meravigliarsi? – mettono in atto ogni strategia per tornare a casa dopo la presa di servizio. Ricordo una recente e patetica lettera in cui un preside piuttosto famoso, Gianni Zen, si rivolgeva all’insegnante che, dopo aver accettato la supplenza il 1 settembre, tornava a casa in aspettativa legata alla Legge 104, tramutatasi poi in certificato medico di fronte alla non concessione da parte del dirigente dell’aspettativa stessa. Metto tra parentesi la discutibile non concessione dell’aspettativa legata alla legge 104, né mi interessa il merito di questo singolo caso, ma rilevo che il preside in questione, che pure sembra accampare buone ragioni, non si è chiesto come si faccia a vivere, da “stranieri”, in una città del Nord con 1.400 euro, in cui far rientrare le spese di viaggio per i necessari ritorni a casa.

Ogni lavoro dovrebbe avere dignità, compreso quello dell’insegnante. Dopo averci umiliati per anni con la solfa dei tre mesi di vacanze, ecco le nuove umiliazioni: personale trattenuto in servizio oltre ogni limite ragionevole a causa della più autoritaria delle riforme (che un governo tecnico abbia inciso in modo così netto e negativo sulle nostre esistenze, privandoci della libertà dal lavoro dopo i sessant’anni è un atto tirannico), stipendi ridicoli, che certo non retribuiscono adeguatamente la fatica crescente del personale della scuola, mance da 500 euro per l’aggiornamento, il tormentone del “premio al merito”, una miriade di riforme-riformine-riformette, senz’anima e senza intelligenza, che hanno il solo scopo di sottolineare la subalternità della funzione docente alle mode didattico-burocratiche del momento.

Idiozie di cui il tempo farà giustizia

Gli assi culturali, la didattica per competenze, il CLIL – tutte idiozie di cui il tempo farà giustizia – ci punzecchiano come zanzare fastidiose e ci allontanano dalla riflessione (l’unica seria) sul declino della scuola, troppo spesso ridotta ad un recinto di contenimento per le giovani generazioni e sul tramonto della cultura (quella che si acquisisce con lo studio), sostituita, anche per troppi nostri colleghi dallo sfarfallio da Luna Park della “nuova scuola”. E insomma, non se ne può più di pseudo-didattica e di pseudo-formatori che blaterano di “società della conoscenza”, di “competenze”, di “imparare ad imparare” a circa venticinque anni dal Libro Bianco di Jacques Delors (Crescita, Competitività, Occupazione. Le sfide e le vie da percorrere per entrare nel XXI secolo) e del Libro Bianco sull’istruzione e sulla formazione di Cresson e Flynn. Entrambi si sono rivelati fallaci espressioni di un neoliberismo edulcorato da buoni sentimenti “democratici” concentrati in formule vuote (pari opportunità, lotta contro l’emarginazione sociale, importanza del “capitale umano”…).

Se vogliamo trovare la fonte cui si sono abbeverati gli estensori della malascuola renziana, dobbiamo andare indietro, sino ad arrivare a quei testi, legati a filo doppio alla nascita dell’Europa dei mercati. Non è bastato un quarto di secolo per render chiaro a molti che l’Europa dei mercati è nemica dell’Europa dei popoli e che essa ha trovato i suoi corifei nei teorici di un’educazione “moderna”, adattabile, destinata a rimodellarsi lungo tutto l’arco della vita. Non è bastato un quarto di secolo, ma non durerà per sempre. Ed allora mettiamo in atto una pratica di resistenza attiva, mettiamo a nudo le radici profonde della malascuola ed impariamo, finalmente, a dire di no a tutte le pratiche che ledono la libertà nostra e dei nostri studenti

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