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mercoledì 18 ottobre 2017, di cesppadova

discussione

IL BALLETTO DELLE CATTEDRE

di Anna Angelucci


Ora le cattedre si fanno e si disfano: cattedre esterne, di sostegno, di potenziamento, miste, vuote, large, extralarge etc. Il potere discrezionale del ds scompagina uno dei riferimenti della professione docente e la discussione si fa accesa nelle scuole, tra colleghi, col ds, on line molte volte assumendo toni corporativistici ed escludenti.....

Nella “Buona Scuola“: da una parte i furbi, dall’altra i demansionati e i tappabuchi

di Anna Angelucci da vivalascuola

I super poteri attribuiti ai dirigenti scolastici non sono un’assurda fantasticheria dei detrattori della ‘buona scuola’. Ne abbiamo dimostrazione in tante scuole d’Italia, in cui il cosiddetto ‘organico dell’autonomia’, insieme alla totale discrezionalità nell’assegnazione delle cattedre, permette ai neopresidi-manager aspiranti ‘modernizzatori’ di distribuire impunemente discriminazioni e privilegi. Come, del resto, il bonus premiale, qualche centinaio di euro con cui ricompensare i fedelissimi o, in qualche caso, i più furbi. Quelli che vengono considerati bravi perché accompagnano gli studenti nei viaggi d’istruzione o quelli che sanno compilare bene un questionario a punti e raggiungono la soglia fissata per ottenere il premio in denaro. Perché, si sa, pecunia non olet.

Accade anche che in moltissime scuole ci siano, a parità di stipendio, docenti con cattedre a 18 ore e docenti con cattedre con orari inferiori e con un minor numero di classi dei loro colleghi della stessa disciplina, con buona pace della legge 289 del 2002. E soprattutto con buona pace di quella condizione di eguaglianza dei diritti e dei doveri che caratterizzava un tempo il lavoro nella scuola, immune da disparità e carrierismi. Oggi, con la ‘buona scuola’, abbiamo docenti che insegnano – e che faticano – meno di altri, magari completando le loro 18 ore con progetti, sportelli facoltativi o supplenze estemporanee, percependo tuttavia lo stesso, identico stipendio di chi le 18 ore se le fa tutte in cattedra. Possiamo ben dire che la 107 ha sdoganato i più furbi? Quelli che ‘si sacrificano’ per un collega che insegna la loro stessa materia, che l’Usr ha inviato in una scuola che non ne aveva bisogno, cedendogli parte delle loro ore di lavoro in classe.

Non solo. Può capitare, e succede in molte scuole, che un docente non particolarmente gradito al dirigente per le ragioni più disparate venga estromesso in tutto o in parte dall’insegnamento, pur essendo stato regolarmente assunto nella scuola a tempo indeterminato, magari avendo vinto un regolare concorso. Ci si ritrova così, a volte, improvvisamente demansionati, incaricati di seguire burocraticamente progetti che non si conoscono, oppure parcheggiati in sala professori, a svolgere la funzione di tappabuchi nelle classi di colleghi assenti.

Ma i presidi della ‘buona scuola’, con i loro super poteri, possono anche fare di più e di meglio: per esempio (come è accaduto al liceo classico “Sylos” di Terlizzi in provincia di Bari e come ci raccontano Tiziana Drago e Chiara Frugoni sul Manifesto) smembrare le cattedre di un corpo docente qualificato e affiatato, frammentare gli insegnamenti, trasferire i professori titolari in altre scuole dello stesso istituto comprensivo e sostituirli con docenti di altri indirizzi. Il tutto senza rispettare il principio basilare di ogni efficace attività di insegnamento/apprendimento, quello della continuità didattica e del rispetto del valore del percorso di costruzione della relazione educativa, e soprattutto senza tener in alcun conto le istanze degli alunni e dei loro genitori, rappresentate attraverso organi collegiali ormai ‘rottamati’ anch’essi dalla furia devastatrice della riforma renziana. Ma, soprattutto, senza un perché.

«Scelte aziendali, scelte dirigenziali coerenti con i bisogni della scuola», spiega la dirigente, in risposta alle proteste di tutta la comunità scolastica. E se invece il nocciolo della questione fosse semplicemente che la scuola non può, non deve essere gestita con criteri manageriali, peraltro spesso inefficaci e controproducenti? Se fosse semplicemente che la scuola non è un’azienda e che funziona bene solo quando è garantita la sua gestione democratica e non verticistica, condivisa e non imposta?

Premi e punizioni, controlli, autoritarismo e verticismo: al netto di chi furbescamente approfitta, per esercitare un piccolo vantaggio personale, dei margini insiti in ogni organizzazione chiusa e coercitiva, il peggioramento delle condizioni di studio e di lavoro dei protagonisti della vita della ‘buona’ scuola – studenti e docenti – è oggi drammaticamente evidente. leggi tutto il dossier

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