MPI
USR Veneto
USP Padova
Comune Padova
Provincia Padova
Regione Veneto
Italia - servizi
Europa


Centro Studi per la Scuola Pubblica
via Cavallotti 2 - Padova
tel.049692171 - fax.0498824273
email: info@cesp-pd.it



CESP nazionale
CESP Bologna
Scuola e Costituzione
Rete Scuole
Comitato genitori
Ass. per i diritti dei lavoratori
Cobas della scuola
Normativa
  

Sito dalla scuola e per la scuola bene comune, di tutti e per tutti.
Se vuoi ricevere INFO_azione a cura del CESP di Padova invia una mail qui oppure visita il forum

sabato 14 ottobre 2017, di cesppadova

discussione

VALUTARE e PUNIRE

Intervista a Valeria Pinto di R.C.


«L’alternanza scuola-lavoro serve a una rieducazione degli studenti – afferma Valeria Pinto, docente di Filosofia teoretica alla Federico II di Napoli e autrice del fortunato libro Valutare e Punire – è un dispositivo che trasforma l’idea di conoscenza, dell’insegnamento e dell’apprendimento».

In che modo? Basando la formazione sull’idea di «progetto». Questa, in fondo, è la forma del lavoro attuale, non si fa nulla che non sia contenuto in un progetto attraverso il quale si definisce il risultato, gli strumenti e l’impiego del tempo. È un educazione al pensarsi come veicolo di un progetto, non come soggetti critici e autonomi. Lo studente obbligato all’alternanza con il lavoro è considerato lo strumento per la realizzazione di un progetto, non è lui stesso il progetto di una vita. Gli studenti in piazza hanno denunciato il carattere di sfruttamento e il lavoro non pagato e la riduzione del sapere a merce… Hanno ragione, ma non sono pochi i casi in cui quello che chiamano lavoro non serve a niente.

Ad esempio? Tra le denunce degli studenti esiste un’ampia casistica di progetti sulla carta dove sono impiegati in attività inutili o all’inattività. Un’utilità tuttavia esiste e consiste, come dicevo, nella rieducazione. Il suo obiettivo è quello del disciplinamento dei ragazzi e della loro trasformazione antropologica in progetto.

Ma quale razionalità ha un sistema di questo genere? Mostrare come l’unico principio regolatore, l’unica mentalità possibile, sia quella di un mercato del lavoro a cui piegarsi. Dove non può esistere nella vita delle persone nulla di eccentrico e dove nulla deve sfuggire al progetto. Tutti gli aspetti della vita di una persona devono rientrare in logica ferrea.

I sostenitori dell’alternanza sostengono che il sistema riavvicina la scuola al lavoro e risolve un problema storico in Italia: la separazione tra la teoria e la prassi… Questo avviene solo in apparenza. In effetti il sistema si presenta come un superamento della divisione tra teoria e prassi, tra lavoro manuale e intellettuale. Ma questo non avviene.

Perché? Perché non c’è un rapporto tra l’idea astratta del lavoro e la realtà di ciò che si è e ciò che si fa. La separazione che si voleva superare invece è confermata. Un lavoro invece non dovrebbe essere staccato da una funzione formativa.

Che tipo di effetti ha questa impostazione sull’insegnamento? Lo rende sempre più nozionistico, basta vedere i manuali di storia, filosofia. Sono veicoli di informazioni e dati, una semplificazione sconcertante.

Quale sarà l’impatto di questo esperimento di massa sul futuro della scuola? Ci troviamo di nuovo a che fare con il disciplinamento nella sua accezione più inaspettata. Pensavamo che la società disciplinare fosse superata e invece sta riemergendo. È accompagnata a fenomeni regressivi che emergono in alcuni regolamenti scolastici che hanno un carattere carcerario. Con questa idea di formazione i ragazzi sono ricondotti all’ordine e alla disciplina.

COSA DICONO GLI STUDENTI NELLE PIAZZE

C’è il ragazzo romano di 17 anni obbligato «a pulire i tavoli e bagni da Mc Donalds», mentre studia al liceo. E poi il racconto dei ragazzi napoletani di un istituto tecnico, indirizzo di biotecnologie ambientali. Loro sono finiti in un prosciuttificio e in un agriturismo dove hanno lavorato i prosciutti, zappato e operato in una serra.

UNA RAGAZZA ha raccontato la sua esperienza di commessa in un negozio di scarpe in periferia a Roma. Lei, in realtà, fa il liceo: «Se mi avessero mandato in centro, almeno avrei parlato con i turisti in inglese o francese», dice sconsolata. Attività non connesse con i piani di studio, centinaia di ore sprecate in attività che, probabilmente, non avranno seguito.

«TEMPO INUTILE»: è la sintesi, efficace, degli studenti del sistema di «alternanza scuola-lavoro» inventato e reso obbligatorio dalla «Buona Scuola» di Renzi per 1,5 milioni di studenti delle scuole superiori. Ragazzi vincolati ad andare fino in fondo perché la relazione sul loro «tirocinio non professionalizzante» influirà sul voto dell’esame di maturità. Un sistema «unico in Europa» rivendica il ministero dell’Istruzione sul sito dedicato. Parere molto diverso, invece, è quello degli studenti che ieri hanno manifestato contro questa «unicità» in settanta città, nel primo sciopero dell’autunno.

DA ROMA A PALERMO, da Genova a Bari è stato ribadito che «Non siamo i vostri schiavi», lo slogan più gettonato. E poi: «Lavare i piatti non è formazione», così come non lo è «fare le fotocopie in una multinazionale». «Esperienza che così come sono fatte di formativo non hanno nulla». «Non siamo merce». E ancora: «Il lavoro dev’essere pagato, lo studente non deve essere sfruttato». Più che all’alternanza scuola-lavoro, abbiamo letto su un enorme striscione rosso a Roma che gli studenti vogliono «salari e diritti in alternanza». È tornata a fare capolino tra cortei nutriti (10 mila ragazzi in piazza in Puglia) una sensibilità forte e comune è stata scritta sui cartelli e sugli striscioni, urlata in slogan che hanno evocato il ritorno di una «generazione ribelle», la necessità di un «contrattacco» dopo anni di arretramento provocato dalle «riforme» come quella sulla scuola, o il Jobs Act.

A MILANO ci sono stati lanci di uova e fumogeni contro alcune sedi delle aziende che hanno firmato i protocolli di «alternanza scuola-lavoro» con il Ministero dell’Istruzione: Mc Donald’s, Zara e Edison, in particolare. A Palermo un sit-in di un gruppo di studenti, non autorizzato, ha creato tensioni con la polizia. Un livello di dissenso simbolico che tuttavia è stato stigmatizzato dalla ministra dell’Istruzione Fedeli come «vandalismo». L’ormai scarsa abitudine al conflitto, e ai suoi linguaggi, porta in questo paese a declinare profonde ragioni politiche, sociali ed esistenziali profonde nei termini del «decoro» urbano.

A BOLOGNA è stata presa di mira la multinazionale olandese Randstad che si occupa di selezione e formazione del personale per Fico, la Disneyland del cibo di prossima apertura. A rivendicare il blitz, «Cseno-Collettivo studentesco Senza Nome» e Link-studenti indipendenti: «Per la Fedeli è FICO sfruttare gli studenti». Sono stati attaccati poster che rappresentavano «le figure che più vogliono gli studenti inseriti nel precariato: Renzi, Farinetti e la ministra Fedeli». A Bologna Fico recluterà 20 mila ragazzi in «alternanza».

DALLA LEVA OBBLIGATORIA al precariato obbligatorio. Ieri come oggi i giovani sono l’oggetto di una sperimentazione. L’«alternanza» – abbreviata con l’acronimo di «Asl» – non è un tirocinio a un lavoro specifico, con precise competenze. Al contrario insegna a essere disponibili a un lavoro qualsiasi, non a trovare la propria libertà anche attraverso un lavoro. La terza generazione del precariato (dopo quella del «pacchetto Treu del centro-sinistra anni Novanta e quella dei governi Berlusconi) oggi deve abituarsi al lavoro gratuito e affrontare, sin da piccoli, il rischio di restare vittima di abusi e violenze, fisiche e psicologiche in quel mondo più grande che chiamano «lavoro».

Alternanza Scuola Lavoro. Fico, McDonald’s, Zara e altre 100mila: quando la forza lavoro è gratuita. I protocolli imprese-Miur sono testi totalmente disattesi: la formazione è solo sulla carta. Agli studenti solo "buoni pasto"

di Massimo Franchi

È il frutto più amaro della buona scuola. E sta facendo letteralmente impazzire un milione e mezzo di studenti e di famiglie che in quest’anno scolastico – il primo a pieno regime per chi frequenta l’ultimo triennio delle scuole superiori – dovranno trovare una sistemazione, un «tutor esterno», per i mesi che passeranno fuori da scuola: 200 ore per i licei, 400 ore per tutti gli altri istituti.

L’alternanza scuola-lavoro italiana è un «unicum» di cui lo stesso ministero si vanta sul proprio sito: «L’estensione delle attività di alternanza anche ai licei rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza ed altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme», si legge.

PECCATO CHE «IL MODELLO ITALIANO» sia ridotto ad una totale subalternità verso le imprese – definite con un eufemismo «realtà ospitanti» – che in gran numero sfruttano l’alternanza scuola-lavoro semplicemente per avere manodopera gratuita e risparmiare milioni e milioni di costo del lavoro.

I numeri sono impressionanti: 131 mila imprese coinvolte – si arriva a 200mila con associazioni sportive e di volontariato, enti culturali, istituzioni e ordini professionali – finanziati con 100 milioni l’anno più altri 140 milioni stanziati nell’ambito del Programma operativo nazionale scuola. Il tutto con l’obiettivo di «favorire lo sviluppo del senso di iniziativa ed imprenditorialità», si legge sempre sul sito del ministero.

LA DIMOSTRAZIONE VIENE leggendo i testi degli accordi – è tutto trasparente sul sito del Miur – sottoscritti con le imprese. Non a caso le associazioni d’imprese più grandi sono state le prime a firmare «protocolli d’intesa» con il ministero dell’Istruzione: Federmeccanica è stata la prima – addirittura nel 2014 – Confindustria poco dopo, seguita poi in massa ad esempio da Federalberghi – 7 marzo 2016 – mentre tra le aziende più grandi la più pronta è stata Enel – 9 giugno 2016 – seguita da McDonald’s – 29 luglio del 2016 – ed Enel – 2 agosto 2016.

L’ESEMPIO PIÙ LAMPANTE dell’utilizzo dell’alternanza come taglio del costo del lavoro è invece recentissimo. Si tratta di quello sottoscritto da Fico, la Disneyland del cibo, dell’agricoltura e della filiera alimentare che aprirà i battenti a Bologna il 15 novrembre grazie all’alleanza fra Farinetti di Eataly e le coop (ex) rosse emiliane.

Qui il progetto ha addirittura un nome specifico: «Un giorno da Fico», un gigante delle agenzie interinali come attuatore – la Randstad – e numeri monstre: oltre 300mila ore di alternanza scuola-lavoro per circa 20mila studenti di 200 scuole sparse sull’intera penisola. In compenso è previsto un ulteriore sfruttamento: tutte le scuole partecipanti potranno anche richiedere un tirocinio di due settimane nelle filiali Randstad.

IL TUTTO FINALIZZATO a trovare manodopera a costo zero: «La collaborazione con Randstad è per noi molto importante – dichiara Tiziana Primori, amministratore delegato di Fico Eataly World – per la possibilità di coinvolgere giovani e studenti in percorsi finalizzati all’orientamento al lavoro».

PER QUANTO RIGUARDA gli «utilizzatori» la palma tra le imprese se la contendono McDonald’s, Zara e Autogrill. Per quanto riguarda il colosso del fast food non serviva un genio per capire come sarebbe finita: dei 530 ristoranti in Italia oltre il 70 per cento è in franchising – dunque autonoma – e non in grado di assicurare la formazione promessa nel «protocollo» – «moduli teorici formativi sul modello aziendale», «norme di igiene e di sicurezza alimentare». Come denunciano le associazioni degli studenti «il tutto si riduce a dare lo spazzone in mano per pulire i cessi» o «la paletta per girare gli hamburger».

Tutte cose che il fantomatico «comitato paritetico» Miur-azienda per «monitorare la realizzazione degli interventi e proporre gli opportuni adeguamenti» ignora bellamente. Per fortuna anche il Comitato paritetico non costa nulla: «La partecipazione è a titolo gratuito», specifica il protocollo.

MOLTO PIÙ ASCIUTTO e internazionale è il protocollo con il gigante (spagnolo e) globale dell’abbigliamento Zara. Sembra una lezione di inglese: ha un hashtag (#zarahighschool) e mira a fare dell’azienda «i campioni dell’alternanza della buona scuola». Il programma prevede l’acquisizione di competenze in «utilizzo tecnologie di supporto come Rfid (radio-frequency identification), e-commerce, e visual Merchandising».

Peccato che i 576 studenti che lo hanno portato a termine l’anno scorso – un numero identico è previsto per questo e il prossimo anno scolastico – raccontano tutt’altro: «Nessuna formazione, solo vestiti da piegare». E qualche buono pasto per mangiare.

Bookmark and Share