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L'ANNO CHE VERRA' - Centro Studi per la Scuola Pubblica di Padova
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L’ANNO CHE VERRA’

di Giovanna Lo Presti

giovedì 21 settembre 2017

Ci auguriamo che non somigli a nessuno degli anni passati

di Giovanna Lo Presti

Un elenco sufficientemente completo delle novità che attendono studenti, insegnanti e lavoratori della scuola nell’anno scolastico 2017-2018 lo ha pubblicato Il Sole 24 ore. Un meritorio articolo di Claudio Tucci ci ricorda, in ordine alfabetico, che, dall’Abilitazione all’insegnamento ai Vaccini obbligatori l’anno scolastico appena iniziato dovrebbe essere un tourbillon di cose nuove, talune inedite, altre conseguenza diretta di più di quindici anni di cosiddette “riforme”.

Ad esempio, proseguirà, con incremento dei fondi disponibili, l’“alternanza scuola-lavoro”. Non piace né agli studenti né agli insegnanti? C’è qualche insegnante retrogrado che afferma che diminuire le ore di insegnamento a causa dell’alternanza va a danno di ciò che si apprende? Vaste schiere di studenti lamentano l’inconcludenza dei loro stage lavorativi? Pazienza, a tutto si cercherà di ovviare.

Allo stesso modo, nonostante le molte e ragionevoli critiche, continuerà il Bonus al merito: il giornalista ci informa che “lo scorso anno i premi sono stati un po’ troppo di manica larga: hanno ottenuto un bonus tra i 600 e i 700 euro oltre 247mila prof, il 35% dell’intero corpo docente”. Va da sé che, qualora la percentuale di insegnanti “meritevoli” fosse davvero del 35%, le scuole imploderebbero domani stesso. Ogni altra considerazione sull’insensatezza di un bonus “al merito” l’abbiamo già fatta e sono certa che i colleghi, in larga maggioranza, pensano che a scuola conti la collaborazione e non la corsa al “bonus”.

Alla voce Esami, novità per gli esami di terza media (la più rilevante è il fatto che la prova Invalsi venga scorporata dall’esame e collocata in corso d’anno), ma ancora nulla di nuovo per la Maturità, che cambierà soltanto nel 2018/2019. La discussa prova Invalsi diviene requisito per l’ammissione all’Esame di Stato ma non influisce sul voto finale.

Quest’anno continua il tormentone delle scuole aperte anche di pomeriggio: a tal fine sono stati stanziati 187 milioni, cui sono da aggiungere parte dei fondi (830 milioni) stanziati per 10 bandi per una scuola “più aperta, inclusiva e innovativa”. Che begli aggettivi!

Altri 150 milioni di euro vengono stanziati per la scuola digitale; abbiamo recentemente appreso che si cercherà anche di regolamentare, a colpi di circolari, l’uso di smartphone e di cellulari in possesso degli studenti. Rispetto a questo punto il ministro (la ministra, pardon) Fedeli si è già luminosamente espressa: Il telefonino “è uno stumento che facilita l’apprendimento”, “una straordinaria opportunità che deve essere governata”. Se proprio non vogliamo essere tranchant come Luca Pisano, psicoterapeuta ed esperto di cyberbullismo (che afferma: “la scuola tecnologica delega la funzione del pensare a un oggetto. Questa è la base per fabbricare cretini a scuola…”), qualche dubbio in più della nostra ministra noi insegnanti ce l’abbiamo. Sappiamo da anni che il cellulare è tra i nostri peggiori nemici, un’arma di distrazione potentissima, contro la quale può ben poco l’appeal dell’insegnante. Personalmente considererei altri legalize it meno pericolosi della legalizzazione del telefonino a scuola: messo su un piatto della bilancia tutto quello che i “nativi digitali” sanno fare e sull’altro quello che non sanno più fare, mi pare che il risultato sia preoccupante. Spero soltanto che le boutade di una ministra poco competente smuovano una riflessione seria sul mito delle nuove tecnologie applicate alla didattica.

Così come spero che la sperimentazione della riduzione a quattro anni del percorso di istruzione superiore sia un flop. In quattro anni non si impara quello che si impara in cinque e la tendenza a mettere tra parentesi il fattore “tempo” quando si parla di educazione ed apprendimento è quanto mai perniciosa. D’altra parte, un Paese con un tasso di disoccupazione al 40,1% nella fascia compresa tra i 15 e i 24 anni (dati di fine dicembre 2016) che urgenza ha (fatta eccezione per un netto risparmio sulla spesa per l’istruzione: si calcola che la riduzione a quattro anni porterebbe a tagliare 40.000 cattedre) di fare uscire prima dalla scuola superiore i ragazzi? Sottolineo che la riduzione delle superiori a quattro anni è un vecchio progetto, iniziato in sordina ai tempi di Gelmini e poi proseguito in modo carsico attraverso gli anni, per approdare infine alla sperimentazione Fedeli.

Chiudono le “novità” di quest’anno i vaccini obbligatori: che tristezza! La penosa e pietosa vicenda che vede l’Italia capofila dal 2014 per le strategie e le campagne vaccinali nel mondo, secondo la decisione del Global Health Security Agenda, è un esempio di protervia ed insensatezza governativa cui hanno fatto da contorno compiacenti giornalisti e sedicenti scienziati che hanno escluso il dubbio dalle loro pratiche mentali. Fare in modo che la disputa opponesse la fazione dei pro-vax ai no-vax ha determinato il fatto che si perdesse di vista il buon senso, che non si richiedessero collettivamente, come invece si doveva fare, motivazioni per il passaggio da 4 (quattro) vaccini obbligatori a 10 (dieci!). Cosa dobbiamo pensare noi cittadini? Che sino ad ieri l’Italia fosse un Paese del terzo mondo, privo di copertura vaccinale per importanti malattie epidemiche? A me pare che un incipit giusto per riflettere autonomamente su questa vicenda sia rivedere la ministra Lorenzin che, a “Porta a Porta” (2014) afferma che a Londra morirono per morbillo 270 bambini; nel 2015, a “Piazza pulita” dirà che i bambini morti a Londra sono più di duecento, che forse sono da sommare ai 270 o forse no; la ministra confonde date e dati, ma, in fondo, ha fatto soltanto il liceo classico, poverina! Magari sa tradurre Plutarco ad apertura di libro (per gli scettici vedere qui).

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