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mercoledì 7 giugno 2017, di cesppadova

Bilancio dell’anno scolastico 2016-17

di Marina Boscaino


Pubblichiamo questo intenso e vissuto intervento di Marina Boscaino, che abbiamo avuto, con piacere, quale relatrice in alcuni convegni CESP, come un bilancio del trascorso anno scolastico. Non ne condividiamo alcuni passaggi, su altri avremmo dei distinguo, su molti altri concordiamo. L’importante è discutere apertamente sull’ "annus horribilis" della scuola, magari sbilanciandoci - tutti - per chiarirci meglio e poter riprendere in mano l’iniziativa nella scuola e nella società, senza intressi di bottega, grande o piccola che sia. Rimbocchiamoci le maniche, perchè, come abbiamo potuto - ahinoi - verificare, i social e i rapporti sindacali o politici, troppo spesso, sono aleatori.[GZ]

Bilancio dell’anno scolastico 2016-17

di Marina Boscaino

Questo è stato l’anno scolastico più molle, distratto, rassegnato sul piano dell’interpretazione che docenti, studenti e famiglie abbiano dato delle politiche scolastiche negli ultimi tempi.

Iniziato sotto la fosca luce di un fallimento, quello della raccolta firme per il referendum contro quattro punti improponibili, tra gli altri, della Pessima Scuola renziana, si conclude sotto la luce beffarda dell’ultima violenta imposizione del Governo: la pubblicazione degli 8 decreti attuativi della legge 107/15 su altrettanti elementi nevralgici del sistema di istruzione nel nostro Paese.

Facciamo un passo indietro e torniamo all’autunno, quando la Corte di Cassazione – dopo il riconteggio – ha rivelato che le firme raccolte non erano sufficienti per indire il referendum contro School Bonus, Comitato di Valutazione, super poteri del dirigente scolastico, alternanza scuola lavoro. Mesi di impegno allo stremo di molti militanti che, nel corso della primavera precedente, avevano trascorso nelle piazze e nelle strade tempo ed energie nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pericolosità di quei provvedimenti è stato vanificato dalla mancanza di poche decine di migliaia di firme. L’obiettivo delle 500mila è stato mancato per un soffio e il rammarico si è aggiunto alla stanchezza di quanti ci avevano creduto veramente.

Nella realizzazione di quel progetto la Lipscuola ha speso enormi energie in fase organizzativa, puntando ad un accordo tra forze che non dialogavano tra anni, assumendo una funzione di mediazione concreta nelle fasi più difficili dei vari passaggi. Ruolo ed onere che ci vennero allora riconosciuti da tutti gli altri soggetti. Sulla sconfitta hanno giocato un peso determinante anche errori di impostazione, valutazioni improprie, incapacità di creare alleanze veramente infrangibili, contatto reale con gli umori e i (mal)umori del mondo della scuola, uno scenario politico totalmente inaffidabile: responsabilità anche a nostro carico.

E così non si può scindere l’andamento lento dell’anno scolastico che si sta chiudendo con quanto era accaduto l’anno precedente. L’autunno e l’inverno erano trascorsi in un’atmosfera quasi schizofrenica, di cui non eravamo consapevoli e che, appunto, avremmo scontato in seguito. Da una parte, nelle scuole, il depotenziamento della mobilitazione a settembre e la frustrazione determinata dalla violenta approvazione della legge, affidata al voto di fiducia; e quindi inerzia, indifferenza, arrendevolezza alla compromissione della libertà di insegnamento, introduzione senza colpo ferire di procedure per l’attuazione dell’alternanza scuola-lavoro. Dall’altra, nelle continue riunioni e assemblee, l’individuazione dei temi e la formulazione dei quesiti abrogativi di parte della legge 107/2015 e una conseguente paziente opera di cucitura tra anime sindacali differenti, alla quale responsabilmente Flc Cgil, Cobas, Unicobas, Gilda, parzialmente la Cub, hanno progressivamente aderito. Già a ridosso dell’inizio della campagna di sottoscrizione dei quesiti, inaugurata il 6 aprile, l’Flc comincerà infatti a mostrare alcuni tentennamenti, per poi arrivare a una decisa presa di distanza, decidendo di raccogliere firme solo sui quesiti scuola e lanciando una propria campagna distinta, Scuorum, fatte salve situazioni locali in cui sarà possibile fare diversamente.

I numeri arrivano la notte del 5 luglio 2016; e – come sappiamo ora – si riveleranno insufficienti. A mancare – e ora amaramente non ce ne stupiamo più – sono in particolare le firme di coloro che a scuola lavorano e vivono tutti i giorni: ampia parte degli insegnanti e del resto del personale ha scelto di stare a guardare, di non impegnarsi in prima persona. Addirittura di non firmare, là dove la firma di ciascuno avrebbe da sola messo in ampissima sicurezza il risultato finale.

Quanto abbiamo sommariamente richiamato spiega in larga misura la sconfitta, insieme al limitatissimo impegno di forze politiche come Sel e M5S, nonostante in precedenza avessero seguito il percorso LIP per l’attivazione della campagna referendaria, garantendole sostegno. Tutti gli elementi sopra citati e solo superficialmente analizzati hanno contribuito a determinare nei singoli territori situazioni profondamente disomogenee, che hanno condizionato in maniera sostanziale la raccolta delle firme. Pensare di poter mettere in comunicazione, far alleare e raccogliere intorno a un tavolo soggetti che hanno una storia politica di conflitto tra loro, di reciproco posizionamento, di diffidenza di fondo si è rivelato in larga misura illusorio: troppo spesso l’identità ha avuto la meglio sul tema.

Ma il 4 dicembre era alle porte e una parte della scuola militante era già impegnata in una nuova battaglia: quella della difesa del testo costituzionale vilipeso da una proposta di riforma contrastata, indecente; smaccatamente finalizzata a destituire sovranità del popolo, accentrare il potere nelle mani del Governo, esautorando il Parlamento; smantellare poi diritti sociali attraverso la revisione del Titolo V del testo costituzionale. Ancora una volta la Lipscuola ha messo a disposizione di tutti materiale che docenti e studenti potessero usare per portare avanti le argomentazioni della scuola contro la deforma costituzionale. Siamo docenti della scuola: pubblica, laica, pluralista, democratica. Elementi incastonati e parte costitutiva della nostra cittadinanza attiva e partecipata. Scriviamo un appello, bellissimo, che ha declinato in maniera efficace i principi che ciascuno di noi tende a incarnare, esprimere e difendere non solo da cittadino, ma – squisitamente – da docente ogni volta che varca il portone della propria scuola, la soglia delle proprie aule:

Ci sentiamo vincolati ai principi della Costituzione Italiana e alla funzione che essa assegna alla Scuola, luogo di promozione dell’emancipazione umana, del sapere critico e della libertà di pensiero.

La Costituzione entra ogni giorno, come creatura viva e pulsante, nel nostro agire e nelle nostre aule.

Ne insegniamo la genesi antifascista, lo spirito unitario dei costituenti, i valori cui si ispira ed i contenuti imprescindibili: il lavoro a fondamento della Repubblica, della dignità umana e come diritto inalienabile, la parità dei diritti, il ripudio della guerra, la partecipazione democratica, la tutela dei beni comuni e del patrimonio artistico e culturale, la libertà di pensiero e di espressione, l’uguaglianza, la ricerca scientifica e tecnologica libera, la sovranità popolare.

Crediamo in una scuola come laboratorio di democrazia. Per questo ci opponiamo a tutte le operazioni che ne stravolgono il ruolo, svilendola e deformandola a mero strumento di esercizio del potere e di omologazione, compatibile con una società basata sulla competizione e sull’individualismo, gerarchizzata e subordinata al mito del mercato e del profitto.

Ci sentiamo impegnati a promuovere percorsi di crescita culturale e sociale e ad avversare, con tutti gli strumenti costituzionalmente garantiti, un’idea oligarchica di scuola e di società veicolata sia dalla presunta “Buona scuola” che dalle cosiddette “riforme costituzionali”.

Di entrambe ci allarmano tanto il metodo del “finto ascolto” e del mancato confronto quanto il merito dei provvedimenti, che prefigurano un paese deprivato non solo sul piano economico ma anche su quello culturale e della democrazia.

Al potere concentrato nelle mani del dirigente scolastico, allo svuotamento degli organi collegiali, alla frantumazione della comunità educante e del sistema nazionale d’istruzione, fino alla subalternità agli interessi dell’azienda con l’alternanza scuola lavoro, corrispondono la concentrazione dei poteri nelle mani del Governo e l’umiliazione del Parlamento e, dunque, l’asservimento alle oligarchie industriali e finanziarie e la sottrazione di sovranità popolare.

Il discorso pubblico appare dominato da un linguaggio arrogante fatto di parole d’ordine fuorvianti, propagandate come valori costituenti.

Ad esse opponiamo le parole della cultura e dei diritti: al mito della velocità il tempo della riflessione, alla meritocrazia l’impegno responsabile, all’esaltazione della semplificazione banalizzante la capacità di cogliere la complessità, alla governabilità il buon governo, alle false promesse di risparmio l’investimento in democrazia, al decisionismo l’equilibrio dei poteri, alla cultura del capo la partecipazione consapevole, alla logica maggioritaria il valore del pluralismo, al pensiero unico il pensiero plurale e critico.

La difesa della Costituzione ci chiama tutti in causa. Ci riguarda! Per questo votiamo e invitiamo a votare NO al referendum sulle modifiche costituzionali.

Non si è trattato, né nelle intenzioni né tanto meno nei fatti, di meri slogan, per quanto ben scritti: anche rileggendolo adesso, a distanza di mesi e mesi, risulta evidente come in quell’appello sia realmente espresso quanto la questione avesse una precisa continuità con la battaglia per la raccolta firme e con quella contro la 107 (rea di aver intaccato in modo probabilmente irreversibile il principio costituzionale della libertà di insegnamento; quello del diritto allo studio e all’apprendimento; l’ultimo comma dell’art. 97; la sovranità degli organi collegiali e altro ancora).

A fronte di un “Vietnam in tutte le scuole”, promesso dai sindacati dopo l’approvazione della Buona Scuola nel 2015 e mai verificatosi; a fronte di soggetti politici da una parte incapaci di cogliere realmente l’allarme in termini di cittadinanza e democrazia che l’attacco alla scuola ha configurato; dall’altro di distaccarsi dalla propria autoreferenzialità e mettere in discussione i propri dogmi proprietari con le ragioni altrui; a fronte, infine, di un sindacalismo di base che, nonostante le buone intenzioni, è stato sempre più schiacciato nella sua marginalità dal rafforzamento di accordi dei soggetti più rappresentativi e potenti (si pensi all’incredibile firma, il 30 novembre 2016, a soli 4 giorni dalla fondamentale data del 4 dicembre, dell’accordo tra governo e sindacati confederali per sbloccare i contratti nel pubblico impiego, dopo 8 anni di vacanza e paradossalmente dopo che la stessa CGIL si era pronunciata a favore del No referendario); a fronte di tutto ciò, una parte della scuola militante ha dato una grossa mano alla realizzazione dell’obiettivo di una schiacciante vittoria del No contro la più sfrontata proposta che un Governo pur avvezzo alla sfrontatezza e all’assenza di rispetto per i cittadini abbia mai portato avanti. La campagna il No ci riguarda e ha rafforzato – anche attraverso la partecipazione nei comitati per il NO – la convinzione della necessità di procedere (dopo aver difeso la Costituzione) a esigere che essa venga messa in atto.

Ma le cose, ancora una volta, non sono andate come sarebbe stato logico e prevedibile. Renzi continua – oggi, da segretario confermato del PD, come da presidente del consiglio e legislatore sconfitto, nei mesi immediatamente successivi al referendum – ad essere l’interlocutore privilegiato, l’ago della bilancia, il decisore più o meno occulto di agende e strategie che riguardano direttamente anche le politiche scolastiche. E così, incredibilmente, il 14 gennaio, a poco più di un mese della maggiore sconfitta politica di un triennio costellato da autogol di ogni tipo, la neoeletta ministra Fedeli (in quota Cgil, e pertanto non casualmente una delle rare facce “nuove” del governo Gentiloni) annuncia la presentazione dei decreti attuativi su temi strategici dell’istruzione, dal reclutamento all’inclusione, dallo 0-6 alla valutazione. Reazioni irrisorie, considerando la drammaticità della partita. I decreti vengono pubblicati e si viaggia serenamente verso una legge elettorale pattuita dai 3 soggetti politici più grandi (M5S, PD, Forza Italia), ad alto potenziale di ambiguità, che non rispetta la rappresentanza e che – nel momento in cui scrivo – si autodefinisce “alla tedesca”, come se il 4 dicembre non fosse mai esistito. Ci sono sconforto, stanchezza, per alcuni rassegnazione.

Ma siamo alle porte di una campagna elettorale, che si presume affrettata quanto fondamentale per le sorti della politica italiana e delle politiche scolastiche in particolare. La beffa dei voucher (eliminati per scongiurare un ulteriore referendum che avrebbe molto probabilmente sancito l’ennesimo scacco per Renzi &C) e poi surrettiziamente reintrodotti nella manovrina economica, non solo non suscita lo scalpore, l’indignazione che meriterebbe un colpo di mano così sfrontato; ma – al netto dell’annunciata manifestazione del 17 giugno, indetta dalla Cgil e alla quale è auspicabile una convinta e massiccia partecipazione, il tema e soprattutto le spregiudicate modalità – ancora una volta – non sembrano far registrare lo sconcerto che sarebbe immaginabile. La truffa legalizzata; un sistema di imprevedibili scorciatoie sulla democrazia; la gestione della res publica come cosa nostra (loro); la parcellizzazione intenzionale dei destini dei singoli finalizzata a scoraggiare preventivamente l’associazione in soggetti collettivi e la partecipazione del popolo; la modellizzazione della declinazione dei tagli dei diritti (su lavoro, istruzione, sanità, abitare, ambiente), sul paradigma del Pensiero Unico della più pericolosa delle ideologie, il neoliberismo: ecco ciò da cui – come docenti e come cittadini – siamo chiamati a guardarci.

Si tratta di una “chiamata alle armi” estremamente impegnativa, ma non irragionevole o implausibile: il nostro futuro e quello dei nostri figli ci riguarda. E l’auspicio è quello di riuscire a mettere da parte la stanchezza e la delusione; concentrare energia e sforzi sulla convinzione che – insieme – di può ancora decidere qualcosa. Il 4 dicembre ci ha detto che questo è possibile; e, al tempo stesso, ci ha insegnato che non basta vincere una battaglia, per quanto importante, per conseguire la vittoria. Una vittoria, in termini di democrazia e di ascolto delle nostre ragioni, è un traguardo che, considerata la sproporzione delle forze in campo, appare in questo momento un obiettivo non semplice. Perseguirlo non può non transitare attraverso una metabolizzata convinzione che – in ultima istanza – siamo noi che andremo a votare. E, pertanto, è necessario che esprimiamo – come movimento della scuola, come docenti e come cittadini impegnati da anni sulla trasversalità delle istanze (dalla battaglia sull’acqua pubblica, alla mobilitazione contro riforme e riformicchie del sistema scolastico, alla difesa del lavoro, della pace, dell’accoglienza e della Costituzione repubblicana fondata sull’antifascismo; contro l’aggressività delle politiche economiche europee, dimentiche dei popoli e sensibili ai capitali) – montalianamente, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

La formula si compendia nel rifiuto drastico di quei provvedimenti che, a suon di colpi di mano ed esautorando il Parlamento, il governo Renzi e la sua appendice, quello Gentiloni, hanno messo in campo. Tra questi, la sedicente “Buona Scuola” occupa un posto d’onore. Entrare – se necessario, anche a gamba tesa – sulla campagna elettorale e cercare di orientarne i contenuti e le previsioni è non solo un nostro diritto, ma – principalmente – un nostro dovere. Non accontentarci di blande e vaghe promesse di interventi su questo o quel provvedimento della 107. Due anni fa dicemmo che il testo è inemendabile; la sua approvazione violenta e forzosa non può averci fatto cambiare idea: la riforma di Renzi continua ad essere irricevibile per tutti i motivi che abbiamo in questi due anni cercato di evidenziare e – soprattutto – per le conseguenze della sua attuazione, cui assistiamo quotidianamente nelle nostre scuole. Dobbiamo pretendere in questo senso parole chiare; e ricordarci che siamo almeno 700mila elettori, con in mano potenziali infiniti rapporti con soggetti della società cui far comprendere le nostre istanze.

Come Lipscuola, poi, arriveremo all’interlocuzione con i soggetti politici, come sempre abbiamo fatto, con una proposta concreta e rinnovata tra le mani su cui essi saranno chiamati a pronunciarsi senza margini di ambiguità: il nuovo testo della legge di iniziativa popolare Per la scuola della Costituzione, che – partendo dagli artt 3, 9, 33 e 34 e ribadendo tutti i principi che il testo del 2006 aveva concretizzato – è stata sottoposta ad una attualizzazione su temi che, purtroppo, negli ultimi 10 anni sono stati particolarmente mal-trattati dalla legislazione: laicità, sistema 0-6, autonomia scolastica, dirigenza scolastica, alternanza scuola-lavoro, democrazia, partecipazione, collegialità, valutazione. Elementi, tutti, che sono stati negli anni intercorsi sottoposti ad una fortissima curvatura in chiave neoliberista sotto il mantra di “Ce lo chiede l’Europa” e che hanno aumentato esponenzialmente la distanza tra sistema scolastico italiano e scuola della Costituzione.

Quella distanza abbiamo cercato di abbattere. Il nuovo testo, che verrà depositato in Cassazione in settembre e che nell’ultimo art., il 38, abroga non solo la legge 107, ma le peggiori espressioni delle riforme Moratti, Fioroni e Gelmini, è a disposizione di tutti; nelle nostre intenzioni esso si configura non solo come proposta concerta (sulla quale la scuola che non dice solo no, ma propone, dopo il deposito del testo in Cassazione raccoglierà le firme), ma anche come occasione per tentare di riaprire un dibattito sulla scuola pubblica che da troppo tempo langue. La strada che la scuola prenderà nei prossimi mesi sarà fortemente indicativa di quella che prenderà il Paese. Se verranno confermati tecnocrazia, arbitrarietà e dirigismo, sottrazione di spazi democratici, semplificazione, verticismo, abbattimento del pluralismo, blindatura dei destini individuali sulla base della provenienza sociale, tecnologia acritica e omologante, sudditanza al pensiero unico e avversione al sapere disinteressato, la nostra esperienza fungerà, come è stato anche con l’approvazione della legge 107, da avanguardia per le politiche sociali tutte. È un rischio altissimo che siamo chiamati a fronteggiare.

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