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venerdì 28 aprile 2017, di cesppadova

discussione

CLASSI POLLAIO E BURNOUT

di Gianfranco Scialpi + ndr


CLASSI POLLAIO E BURNOUT

di Gianfranco Scialpi

Una ricerca* dell’Università “Sapienza” di Roma fa emergere un dato conosciuto a livello empirico dagli insegnanti coinvolti:” chi ha classi molto numerose (sopra i 25 alunni) è più a rischio di burnout, mentre classi meno numerose (meno di 20 alunni) portano un livello 0 di burnout”

La situazione attuale anche se contenuta – meno del 7% del totale delle classi – pone dei problemi a livello costituzionale. La nostra Carta, infatti, garantisce ogni cittadino, il quale gode di “pari dignità e uguaglianza formale e sostanziale” Quindi anche se si tratta di circa 50.000 studenti coinvolti, il problema conferma la sua gravità. Gli alunni/studenti iscritti a queste classi-pollaio, infatti, sostanzialmente sono meno garantiti nel diritto allo studio (art. 3 comma 2 e art 34) e alla sicurezza.

Ma di questo ho già detto molto in precedenti interventi.

Qui vorrei invece, soffermarmi sulla condizione degli insegnanti, a rischio burnout. Innanzitutto chiariamo il significato, perché solo la sua definizione chiarisce la condizione nella quale si trovano, secondo alcune ricerche, il 30% dei docenti. Burnout rimanda a una sindrome dove il soggetto coinvolto si sente “scoppiato”, “esaurito””, “bruciato, incapace di gestire da adulto le situazioni di stress e con una bassa capacità resiliente. Da qui molti ricorrono al farmaco, favorendo in alcuni casi effetti di dipendenza.

Il burnout è spesso favorito dalla condizione di solitudine nella quale un docente si trova a gestire una classe non costituzionale (classi pollaio e superpollaio). La solitudine nasce dalla percezione che la scuola non è più una “comunità educante”, bensì un insieme di individui-monadi senza finestre verso l’esterno ( G.W. Leibnitz ). In termini più semplici, si è quasi sempre soli a gestire la situazione, nonostante i tanti progetti sull’inclusione che occupano le cattedre dei Dirigenti Scolastici e gli archivi delle segreterie, che però risultano nella loro attuazione inefficaci per la presenza delle classi pollaio.

Ma la solitudine è favorita anche dalla sensazione di “essere gettati” in un contesto antipedagogico e insicuro da un’Amministrazione indifferente che dal 2009 nulla ha fatto per far prevalere nuovamente la pedagogia sull’ economia finanziaria.

La solitudine, infine, è favorita da un contesto sociale e politico che non comprende “la fatica dell’aula” che ospita 25-30 e oltre alunni/studenti. La sensazione è confermata dalle tante dichiarazioni di “inesperti d’aula” sulla ” apertura delle scuole nei mesi estivi”, o sugli ” insegnanti fannulloni che godono di molti privilegi…”. Poi però, queste persone se costrette ad interagire con gli alunni per un’ora, chiedono di far silenzio, perché non riescono a concentrarsi nella comunicazione formativa!. Gli alunni, in questo caso, producevano un normale brusio!.

E certificare questa incapacità degli esperti a gestire una classe, favorisce solo tanta rabbia! “Cui prodest” questa situazione di smantellamento della scuola come agenzia di formazione? La domanda è semplice, la risposta è più difficile da trovare!

* ndr: Il questionario è costituito da 5 aree: dati di sfondo (raccolta di informazioni personali e sulla scuola dei docenti); Copenhagen Burnout Inventory (questionario validato in italiano nel 2005); Self-Efficacy (Teacher Self-Efficacy scale – adattamento di Schwarzer del 2008); Clima di scuola (School-Level Environment); domande aperte: 5 item sulla percezione del disagio nella gestione della classe, dei colleghi, dei genitori, dell’amministrazione e ulteriori proposte per migliorare il proprio lavoro.

Ebbene è emerso che il 42% del campione ha un livello 0 di burnout, ossia un punteggio basso, mentre il 31% ha un livello 3, con un punteggio alto in tutti e 3 gli ambiti indagati (personale, lavoro, utenza).

La ricerca è giunta alla conclusione che:

tra gli insegnanti con un elevato livello di burnout non ci sono differenze di genere, ossia ne soffrono sia gli uomini che le donne;

I docenti che hanno un alto livello di burnout appartengono a tutti gli ordini di scuola, senza differenze significative;

i docenti che insegnano da un numero maggiore di anni (più di 30) hanno un livello più elevato di burnout e viceversa chi insegna da meno di 10 anni è meno esposto;

i docenti che hanno un alto livello di autoefficacia hanno un basso livello di burnout;

i docenti che hanno un livello alto di burnout vivono in un clima di scuola negativo;

Altri dati interessanti:

il tempo impiegato per raggiungere la scuola non influenza in livello di burnout;

chi svolge funzioni attive nell’istituto (come funzioni strumentali, coordinatori di classe, ecc.) è meno esposto al burnout;

chi ha classi molto numerose (sopra i 25 alunni) è più a rischio di burnout, mentre classi meno numerose (meno di 20 alunni) portano un livello 0 di burnout;

I dati confermano la situazione italiana, in cui è in atto una femminilizzazione del corpo docente e una crescita dell’età rappresentata.

Inoltre le situazioni di disagio risultano:

nella gestione della classe: coordinare alunni difficili e la mancanza di rispetto e disciplina;

nel rapporto con i colleghi: la mancanza di collaborazione e lo scarso interesse per le novità e la formazione;

nel rapporto con i genitori: l’avere la presunzione di commentare le scelte dei figli e la non accettazione delle difficoltà;

nel rapporto con l’amministrazione: l’eccessiva burocrazia e l’uso del registro elettronico.

Tra le proposte dei docenti spiccano richieste quali la riduzione del numero degli alunni per classe, il desiderio di una migliore formazione in servizio e soprattutto ritrovare il rispetto sociale per il proprio lavoro.

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