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Il liceo delle meraviglie

di Gianluca Gabrielli

mercoledì 4 gennaio 2017

Il liceo delle meraviglie

di Gianluca Gabrielli da quandosuonalacampanella

Ve lo sareste mai aspettato che gli studenti che hanno frequentato con successo il liceo classico vanno poi bene all’università? Che hanno voti di gran lunga più alti rispetto agli studenti che arrivano dagli istituti tecnici? Ma sentite anche questa: sembra che gli studenti universitari che hanno frequentato i tecnici abbiano, in seguito, studi meno regolari all’università di quelli che hanno frequentato il classico o lo scientifico. Ma dai?! Incredibile, insospettabile.

È il risultato della ricerca condotta da Almalaurea su ben 266mila laureati (Corriere della Sera, 1 novembre 2016, p. 23). Una ricerca che evidentemente si avvale dei dati a disposizione sugli studenti degli ultimi anni e che ha correlato i percorsi di studio e il successo del percorso universitario. È certamente utile che gli scienziati sociali analizzino i dati che sempre più spesso la contabilità e burocrazia informatica nonché le immense banche dati dei social network accumulano giorno per giorno in quantità inimmaginabili, specialmente se servono anche a dirci qualcosa di nuovo, di non proprio scontato. Sinceramente forse non è questo il caso, nel senso che se gli scienziati avessero telefonato a me o a qualche amica collega insegnante che lavora in licei o in tecnici e professionali, avremmo fornito noi le conclusioni della ricerca senza bisogno di analizzare centinaia di migliaia di mila profili di laureati. Magia? Capacità divinatorie di cui sono depositari i professionisti dell’insegnamento? Non credo; semplicemente buon senso e la semplice osservazione della realtà scolastica contemporanea. Anche io e le mie amiche siamo convinti - pur senza una massa di dati analizzati come quella dei ricercatori universitari – che gli studenti che escono dai licei classici siano spesso quelli che affrontano l’università senza grossi ritardi e che raggiungono i voti più alti, mentre avremmo proprio predetto che gli studenti degli istituti tecnici sarebbero stati capaci di voti più bassi e di percorsi universitari più faticosi. Addirittura avremmo aggiunto due elementi che nella ricerca mi pare non risultino: che dai professionali la percentuale di universitari potrebbe essere ancora più bassa, e che se dovessimo attribuire un futuro economico a studenti dei tre tipi di scuola, i più soddisfacenti sarebbero ancora una volta gli ex del classico. Quindi le nostre (economiche) predizioni e gli esiti (che immagino onerosi) della ricerca tendono a sovrapporsi.

Quello che invece decisamente non coincide con i nostri pensieri sono le interpretazioni di questi dati formulate dagli studiosi, da chi ha commissionato questa ricerca e dal giornalista del Corriere che ce l’ha raccontata. L’idea sponsorizzata sul Corriere infatti è che i risultati universitari migliori degli studenti frequentanti il classico siano effetto dell’azione della scuola. Tra tutti gli istituti superiori quindi sarebbe il curricolo didattico del classico a produrre i migliori effetti culturali sugli studenti, sia in relazione alle materie scientifiche, sia a maggior ragione a quelle umanistiche. Esisterebbe quindi una sorta di classifica di qualità didattica tra le scuole misurabile solamente sulla base dei risultati dei loro studenti all’università. C’è da rimanere basiti. Come se la composizione delle classi dei classici fosse la stessa di quella dei tecnici, come se non esistessero altri elementi da prendere in considerazione nel rilevare il successo più o meno accentuato di un curricolo scolastico. Come se le classi prime dei licei classici avessero lo stesso “potenziale universitario” dei tecnici e quindi fossero comparabili senza problemi. Le amiche che insegnano in istituti tecnici o professionali mi dicono che nella composizione delle classi figurano quasi sempre anche 4 o 5 ragazzi diversamente abili, mentre mi risulta che ai classici difficilmente siano presenti ragazzi con quelle caratteristiche: sarà frutto anche questo della qualità didattica del liceo? E quante ragazze di origine straniera sono presenti in percentuale nelle prime classi? Non sarà che la didattica di qualità del liceo classico interviene su un quadro di selezione già molto accentuato e quindi non fa altro che confermare ed esasperare quello che la società e i cicli di scuola precedenti hanno fortemente predeterminato?

Quello che si vuole sostenere non è un determinismo alla rovescia di quello sostenuto dai divulgatori della ricerca; è chiaro che si può – individualmente – vincere i condizionamenti sociali e seguire con successo percorsi formativi di alto livello anche superando situazioni economiche svantaggiose nonché contesti culturali e ambientali poco stimolanti. Il difficile è trasformare – a livello di politica educativa – quelle che sono eccezioni e casi isolati in concrete possibilità offerte a tutte e tutti. Il primo caso è la realtà della scuola oggi, il secondo coincide con le speranze di chi si ispirava alla scuola della Costituzione e con le azioni didattiche e politiche di coloro che hanno provato a realizzarla in questi settant’anni. Purtroppo questi sforzi non hanno raggiunto il risultato sperato, le istanze di emancipazione attraverso l’istruzione sono rimaste limitate e di nicchia, i “destini” educativi degli studenti nella gran parte dei casi anticipano i “destini” socioeconomici dei futuri adulti, creando tra l’altro succulente masse di dati a disposizione degli pseudoscienziati e degli pseudogiornalisti che allestiscono o profezie auto-avverantesi o analisi quantitative dell’evidenza.

Una vera sfida, per i sociologi dell’università e per i testificatori e misuratori dell’Invalsi, sarebbe di raccoglierei dati sulle selezioni che prendono corpo negli anni della scuola media, studiare bene quanta parte dipende dalle diseguaglianze sociali (che non credo si fossero azzerate negli anni passati e che mi dicono in crescita in questi anni di crisi) e quanta invece viene prodotta dall’attuale modello di scuola, dalla sua realizzazione, dalle condizioni di lavoro e dalla qualità dei docenti, dalle strutture, dall’efficacia o inefficacia dell’azione dei cicli di scuola precedenti... Questa forse non sarebbe una ricerca banale, e c’è il rischio che i risultati chiamerebbero in causa il perdurare di una scuola strutturalmente selettiva in una società che lo è altrettanto e forse anche di più. A quel punto non sarebbe più tanto facile cullarsi nell’idea di un liceo classico salvifico per chi se lo merita.