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discussione

Un nuovo radicalismo democratico

di Marina Boscaino

giovedì 29 dicembre 2016

Proponiamo qui un ampio stralcio di un intervento di Marina Boscaino tratto dal suo blog su micromega

Un nuovo radicalismo democratico

di Marina Boscaino

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Come ha affermato Tomaso Montanari, siamo in “Una fase estrema in cui è necessario un nuovo radicalismo democratico: se non vogliamo perdere, dopo la giustizia sociale e l’eguaglianza, anche la democrazia stessa”.

Una tale prospettiva non può ignorare (come invece stanno vergognosamente facendo tutti coloro che esercitano ruoli istituzionali) il risultato del 4 dicembre 2016. Nella campagna referendaria che lo ha preceduto, si è configurata una condizione da tempo inedita: il popolo - l’inciampo democratico, quello che le forze di governo e il Partito Democratico volevano cancellare, volevano mettere a tacere – ha detto la sua, ha fatto la sua parte attraverso lo strumento principale che ha (ancora) a sua disposizione: il voto. Si sono attivati quanti hanno considerato aberrante la logica secondo cui sarebbe bastato un SÌ per lasciare tutto in mano all’Esecutivo, rinunciare a intervenire, a partecipare, a votare, a pensare in modo critico. A dire la propria, a contribuire alla pratica della democrazia nel Paese. Il popolo cui è stato rivolto il volgare “ciaone”, i milioni di elettori dileggiati dopo il referendum contro le trivellazioni, occasione in cui i vertici dell’esecutivo invitavano i cittadini italiani a disertare le urne. Il popolo che è andato a votare per il referendum sull’acqua pubblica, oggi privatizzata, nonostante la partecipazione e l’esito, e che è oggi chiamato a ricordare che l’ingiuria inflitta nel 2011 a più di 25 milioni di persone che avevano votato per l’acqua pubblica non debba essere replicata contro coloro che hanno votato inequivocabilmente NO alla manipolazione della Costituzione repubblicana; ma anche NO alle politiche di un Governo che, nonostante l’esito, rimane pervicacemente quasi immutato al suo posto, sprezzante dei milioni di voti e – soprattutto – di un’insofferenza sociale sempre più palpabile.

Il popolo che fa paura, attrezzato di consapevolezza dei propri diritti e delle proprie responsabilità, individuali e collettivi, quello fatto di cittadini attivi. Alcuni sono tra i più pericolosi, perché appartengono al movimento della scuola (docenti e studenti), il primo settore sociale che ha visto la definizione e l’imposizione attraverso la prevaricazione del parlamento di uno schema autoritario, con il dirigente capo assoluto, reclutatore e valutatore dei lavoratori; con gli studenti ridotti a manovalanza dequalificata da pessime esperienze di alternanza tra scuola e lavoro; con finanziamenti dell’istruzione privata; con l’indebolimento degli organi collegiali. La legge 107 del 2015 rappresentava infatti un primo assaggio di un nuovo modello di società, figlia del dettato ideologico e operativo neoliberista, riproposto poi sul piano istituzionale con la “schiforma” costituzionale del duo Renzi-Boschi. Altri sono i più imprevedibili: quelli che non andavano a votare da anni. Ma che, davanti a prevaricazioni reiterate, alla arroganza di un potere esibito, all’atteggiamento padronale e al dileggio, hanno sentito la necessità di dire la propria: NO! Il popolo che si è schierato contro la devastazione ambientale, che sostiene e considera sacro l’articolo 32 della Costituzione, quello per cui la salute è un diritto inalienabile di ogni cittadino e non può essere privatizzata. Il popolo delle donne, che contribuiscono costantemente e ostinatamente alla vita e allo sviluppo della Repubblica. Tutti insieme, donne e uomini, il mondo violato dal primato del mercato e del profitto, dall’irresponsabilità dell’impresa e della proprietà privata, dal pareggio in bilancio in Costituzione, dalla continua erosione dello Stato sociale, dalle pressanti mistificazioni sul rapporto tra diritti e contabilità delle casse dello Stato. Il popolo che ha messo in discussione le decisioni e le procedure di un Parlamento delegittimato dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale, che aveva dichiarato l’incostituzionalità dei cardini della norma con cui è stato eletto (premi di maggioranza e liste bloccate): oltre alla Pessima Scuola, il jobs act, la riforma della Pubblica Amministrazione – a sua volta appena demolita sotto il profilo costituzionale, con Renzi che ha avuto l’impudenza di affermare di essere bloccato dall’eccesso di burocrazia (sic!) - lo Sblocca Italia. Quel parlamento in cui non hanno quasi eco le cariche delle forze dell’ordine contro cittadini inermi, in città ridotte a fortezze blindate. Quel Parlamento che ha votato l’Italicum, una legge elettorale di nuovo ipermaggioritaria, che – in combinazione con la deforma costituzionale – avrebbe perpetrato la subordinazione definitiva del potere legislativo a quello esecutivo e che è a sua volta in attesa di una valutazione di costituzionalità da parte della Corte. Tutto questo con il corredo estivo delle nomine dei direttori Rai, rigidamente scelti tra persone di stretta osservanza filo-renziana e filo-governativa, da impiegare nella campagna referendaria a garanzia delle posizioni del SÌ. Il popolo che sente che situazioni come Taranto sono anche cosa sua. Il popolo che non smette di chiedere verità per Giulio Regeni. Il popolo che – c’è da giurarlo – non esiterebbe a votare SÌ per l’abrogazione di 3 passaggi particolarmente indecenti del Jobs Act su cui potremmo essere chiamati a pronunciarci in primavera. Il popolo, infine, dei Comitati spontanei per il NO, fatti di brave persone, di belle persone, il cui unico scopo è stato difendere la Costituzione della Repubblica, basata sui valori antifascisti e della Resistenza. Abbiamo votato con la testa e con il cuore, con consapevolezza e passione democratica, come ha suggerito l’Anpi, che quel popolo ha avuto l’onore di avere come compagno di strada.

Sono inciampati, in una tiepida notte invernale, il 4 dicembre. Facciamo in modo che tutto questo patrimonio insperato – ma vivo e presente – non vada disperso né dilapidato.