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Quantitative easing e reddito di cittadinanza

di Christian Marazzi

mercoledì 28 dicembre 2016

Quantitative easing e reddito di cittadinanza

di Christian Marazzi

Riportiamo, in questi giorni, segnati dal finanziamento di Stato al MPS e altre importanti banche italiane, in cui molti si dilettano a dissertare di denaro e banche, qui di seguito uno stralcio dell’intervista di Christian Marazzi, noto economista, pubblicata su commonware.org in cui emerge una proposta semplice ma densa di senso. Buona lettura.

Guardiamo ora alla crisi bancaria dal punto di vista dei suoi effetti sociali, ovvero delle figure che ne vengono più direttamente colpite. Qui troviamo, come già accennavi, la questione della destrutturazione del ceto medio e del welfare accumulato attraverso i risparmi da lavoro. Sono le figure su cui più insistono le retoriche di una destra cosiddetta “populista” (termine secondo noi sempre più insignificante): ma queste figure sono ontologicamente destinate a questa direzione politica, oppure si riscontrano qui innanzitutto le insufficienze e le incapacità di una prospettiva radicalmente opposta?

Qui c’è un problema di vuoto politico e culturale da parte della sinistra. Rispetto a questo magma del ceto medio e del risparmio, si registra un ritardo abissale. Ricordo che, quando più di vent’anni fa avevo cominciato a parlare di ceto medio, ero stato duramente criticato perché mi mettevo a parlare di una categoria ritenuta di destra! Il problema era però, attraverso l’entrata nel merito del ceto medio, di rendere conto di una trasversalità dei rapporti di classe, oltre al rapporto diretto capitale-lavoro. Le critiche più dure che avevo ricevuto venivano proprio dai nostri ambienti, oltre che da quelli della sinistra più tradizionale.

Il dibattito sulla sovranità monetaria, che dobbiamo dare per scontato come centro della lotta politico-elettorale a livello europeo, girerà sul ritorno alle monete nazionali per rilanciare le esportazioni, l’occupazione, il salario, il risparmio. Invece è esattamente l’opposto: in uno scenario del genere ci sarebbe una svalutazione, però ci sarebbe una svalutazione assai maggiore dei risparmi. Quindi, è lì che si può lavorare sull’interesse di classe del ceto medio. Prepariamoci su questo terreno, perché siamo vicini alla resa dei conti. Tutto ciò si aggrava dentro il nuovo contesto geopolitico e geomonetario di un’America isolazionista con il dollaro, che resta comunque la moneta internazionale per definizione. I crediti bancari europei per l’83% sono denominati in dollari: di che isolazionismo parliamo rispetto a Trump, che fungerà da ispiratore delle varie destre in Europa? Di isolazionismo con i dollari, appunto. Giocando svalutazione della moneta contro svalutazione del risparmio si può trovare una breccia per recuperare in termini di classe un discorso che oggi è in termini di ceto.

Il problema è che, come hai già ricordato, il discorso sulla crisi del ceto medio è stato lasciato nelle mani dei reazionari, anzi si ritiene che parlarne e intervenire lì dentro sia da “rosso-bruni”, per usare un’espressione stigmatizzante che come quella di populismo è oggi tanto in voga quanto indeterminata. Non si capisce, invece, che è oggi impossibile un discorso sul precariato giovanile e cognitivo senza occuparsi politicamente della crisi del ceto medio, ovvero senza immaginare un’alleanza di classe tra figure del ceto medio in crisi e giovani precari. Soprattutto in Italia, i precari trovano esattamente nel risparmio delle generazioni precedenti la propria fonte di difficoltoso sostentamento, quindi un attacco al risparmio è immediatamente un attacco al welfare.

Esattamente, è proprio questo il punto. Ritorniamo per esempio alla questione del reddito di cittadinanza, che in vent’anni ha avuto molteplici declinazioni: perché non introduciamo nel dibattito questa cosa che dite, cioè della difesa del risparmio? Difesa del risparmio come difesa della funzione di ammortizzatore sociale che comunque ha avuto la famiglia per i giovani precari. Se non ci fosse stata la possibilità di supportarlo attraverso il risparmio (rispetto a cui l’Italia resta un paese abbastanza unico), il precariato sarebbe esploso non in termini politici ma esistenziali. Queste cose le dobbiamo affrontare, non possiamo sempre lasciarle agli altri. Perché non ci dovremmo occupare del risparmio delle famiglie contro le politiche portate avanti dal governo?

Mentre la destra dice che bisogna uscire dall’euro, noi diciamo che questo peggiorerebbe ulteriormente la situazione. È quello che sta succedendo con i paesi emergenti, oppressi dal dollaro, con un’uscita di capitali verso gli Stati Uniti. Bisogna ragionare nel contesto europeo in termini analoghi: cosa succederebbe ai nostri risparmi se puntassimo a un ritorno alla sovranità monetaria nazionale per favorire la svalutazione? Allora tanto vale perseguire una politica di ridefinizione del quantitative easing, nel senso di un’erogazione di reddito direttamente ai cittadini e non a queste maledette banche che poi ti fregano con i loro clienti privilegiati e le speculazioni, e alla fine sono sempre i risparmiatori a pagarne i costi.

Soffermiamoci infine sul quadro geopolitico. I recenti episodi, in particolare l’uccisione dell’ambasciatore russo ad Ankara, potrebbero configurare un’accelerazione negli sviluppi di una guerra diffusa e permanente su cui da anni riflettiamo. Come vedi oggi ridisegnarsi progetti e alleanze nello scacchiere geopolitico?

In estrema sintesi, penso che quanto è successo negli ultimi mesi, innanzitutto ad Aleppo, configura una sorta di Cecenia globale. Con la sofferenza che c’è stata, la vendetta e il terrorismo sono destinati a durare, se non addirittura a crescere, è inevitabile. È quello che si può rimproverare alla Russia, alla Turchia e ad Assad, di aver posto le basi per una guerra civile permanente.

Però, a me sembra che il vero problema politico sia un altro, cioè la guerra civile all’interno degli Stati Uniti. Penso seriamente che ci stiamo avviando verso questo tipo di ipotesi. I segnali li abbiamo visti già quest’estate, con le uccisioni a freddo della polizia; la compagine che ha messo in piedi Trump ci fa pensare che si stia militarizzando il governo. Le figure di spicco sono tutte legate all’esercito, all’industria degli armamenti e del petrolio. Il problema è certamente geopolitico, perché la configurazione delle forze in campo in Medio Oriente è evidente, è una guerra civile declinata in termini terroristici, lì gli spazi politici sono molto difficili da conquistare; ma se vogliamo parlare di scontro di classe, dobbiamo prepararci a vederlo maturare negli Stati Uniti. Ho un amico che è a New York da sempre, molto pacato, gli ho chiesto cosa ne pensava dei diritti civili con Trump e il trumpismo; lui mi ha risposto che il problema non sono i diritti civili, ma la guerra civile.

È una situazione, prima ancora dell’evidente accelerazione di Trump, già maturata nel radicale fallimento dell’illusione obamiana...

Ci dobbiamo mettere in quest’ordine di idee, cercando di capire se è una situazione circoscritta agli Stati Uniti, oppure se quanto sta succedendo in quella situazione così determinante per il resto del mondo non sia un paradigma più complessivo.