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riflettendo

2015-2016: un anno nella gabbia della “Buona Scuola”

di Tullio Carapella

martedì 7 giugno 2016

2015-2016: un anno nella gabbia della “Buona Scuola”

di Tullio Carapella da vivalascuola

La scuola del conto alla rovescia

Il calendario scolastico affisso alla parete della seconda è ormai ridotto quasi a un francobollo. È dal secondo giorno di scuola che Marco si occupa con pazienza e costanza di ritagliare i giorni trascorsi, uno dopo l’altro, un po’ come quei detenuti che, almeno nei romanzi, incidono tacche sull’intonaco della cella. Non c’è attività che Marco svolga a scuola con maggiore impegno, e non da oggi. Lo faceva già lo scorso anno e noi, potrebbe sembrare un sadico gioco dell’oca, lo abbiamo condannato a ripartire dal via. Lui, senza un cenno di protesta, ha abbassato la testa ed è tornato a settembre a ritagliare i giorni del suo secondo anno del secondo anno di scuole superiori.

Io invece, che per l’ottava volta provo a misurarmi con il racconto di un anno scolastico, credo sia giunto il momento di chiedersi se la scuola sia sempre stata un istituto di pena, o se lo sia diventata, e quando.

Osservo mio figlio di sei anni: fino al giugno 2015 entusiasta ad ogni risveglio, perché felice di entrare nella sua bellissima scuola dell’infanzia (statale), di ritrovare i suoi amici, di scoprire quotidianamente cose nuove giocando con le sue maestre. Al secondo mese di prima elementare, invece, una mattina, prima di superare il cancello, mi ha dato un bacio e mi ha detto: “per oggi va bene, ma ho deciso che da domani non vado più a scuola”, con l’aria seria seria di chi non ammette replica. Eppure non è un tipo “pesante”: ogni pomeriggio, quando suona la campana della fine delle lezioni, mi butta in braccio lo zaino e si mette a correre come un pazzo sul fazzoletto di verde che trova lì davanti, perché la sua felicità, e quella dei suoi compagni, ha troppa urgenza di esplodere.

Immagino che anche lui e i suoi amici facciano precedere il suono della campanella dell’uscita con qualcosa di simile al conto alla rovescia che fanno i miei alunni delle superiori, a partire da 10 secondi prima delle 14, ogni giorno. Anche questo glielo abbiamo insegnato noi, fedeli ai dettami ministeriali che ci vogliono sempre più anglosassoni, oggettivi e attenti al rispetto dei tempi.

Siamo noi a trasmettere l’ossessione dei secondi che passano, sin dal primo giorno di scuola del primo anno, e fino a l’ultimo, quando scriviamo a caratteri enormi (a scanso di equivoci) durante la terza prova dell’esame di stato: INIZIO ORE 8:23, FINE ORE 11:23 – IN BAGNO (SOLO SE NECESSARIO!) DALLE 10:23.

Si, lo so, suona un po’ ridicolo, e credo ridere di noi sia legittimo e sano, se le amenità sull’oggettiva valutazione delle performance non ci hanno ancora incrostato i neuroni. So che mio figlio e i suoi compagni (anime candide) hanno riso molto quando la maestra, poche mattine fa, ha solennemente contato alla rovescia, da sessanta fino a zero, il minuto che li separava dalla consegna di una verifica a detta sua “molto importante”. Poi aveva tolto loro i fogli, ma lui non ha capito perché, visto che non avevano ancora finito.

E oggi credo sia giusto che ce lo chiediamo anche noi: perché? Perché questa ossessione per il tempo che passa? Perché questa fretta di consegnare, di arrivare o, meglio, di finire, fosse pure per ricominciare da capo? Quale imprenditore sta aspettando con ansia Marco fuori dalla scuola? Cosa la scuola sta dando a Marco, oltre alla frustrazione di dichiararlo sempre inadeguato? E come vogliamo che affronti il “fuori” e il “dopo”? In altre parole: cosa davvero stiamo insegnando? Cosa dovremmo insegnare?

Lo so, forse il taglio di questo ennesimo bilancio rischia di diventare troppo personale, e, pur potendo promettere non tirare in ballo i miei figli di qui in avanti, so di non poter fare a meno di parlare dei miei alunni. Forse è che pago la crisi dell’ottavo e, probabilmente, ultimo anno, ma un bilancio credo si faccia a partire dalla analisi delle proprie tasche, o di quelle di chi ci circonda. Cerco di riferirmi in primo luogo agli studenti, perché la scuola è soprattutto per loro, ma vedere l’universale a partire dal particolare non è difficile.

Partiamo dalla coda: il concorsone magico

In linea con la suddetta ossessione per i test da superare nel più breve tempo possibile si sono svolte in questi giorni le oscene prove dei concorsi a cattedra, che hanno costretto i candidati a vomitare in 150 minuti tutto lo scibile umano sulle relative materie, organizzandolo in comode unità di apprendimento e corredandolo, ove richiesto, di bibliografia e filmografia.

Premetto che, per rendere meno pesante questo bilancio dell’anno scolastico, per la prima volta non starò a motivare ogni singolo giudizio di merito con decine di ragioni, ognuna corredata da link e riferimenti bibliografici (per verificare ogni affermazione in rete, del resto, bastano oggi due minuti). Nel caso delle prove scritte del concorsone, ad esempio, con una piccola ricerca si scoprirebbe che sono state talmente assurde da scandalizzare anche Galli della Loggia e il Corriere della Sera, che pure è stato tra i primi e più feroci strumenti di propaganda per l’affermazione della “meritocrazia” a scuola (con un appuntamento fisso sul tema sul quotidiano di via Solferino) attraverso la seriale somministrazione di “test oggettivi” per discenti e docenti.
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