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discussione

COME VIENE IL FAGIOLO?

di Gianluca Gabrielli

martedì 24 maggio 2016

MA COME VIENE IL FAGIOLO?

di Gianluca Gabrielli da quondosuonalacampanella.it

Ho messo il grosso vaso con le piantine all’ingresso dell’aula, dove i bambini si tolgono i cappotti e scambiano due chiacchiere prima di entrare in classe. Guardano stupiti quanto siano cresciute le piantine, osservano, vedono e indicano i batuffoletti bianchi che sono spuntati un po’ dappertutto. Ormai sanno che dopo se ne discuterà in classe, si preparano ad esprimere i loro pensieri.

In classe - una prima - la discussione prende subito forma intorno alla bianca novità. Si affermano due teorie interpretative. La prima li vede come fiori, forse un po’ strani. La seconda scorge in essi i singoli fagioli in formazione, bianchi come quelli che avevamo seminato un paio di mesi prima. Il secondo gruppo ha dalla sua la forma del fiore di fagiolo, che ricorda vagamente una mezzaluna, quindi la forma del fagiolino bianco già secco e sgranato. Gli altri si fondano probabilmente sull’analogia del fiore con altri fiori e – chissà - forse anche sull’empatia emotiva per i fiori. Nessuno li annusa, come forse avrei fatto io, anche l’uso dei sensi va insegnato, dovrò lavorarci su.

Ma la cosa che più mi incuriosisce è vedere se si accorgono che, da uno di quei fiorellini che va avvizzendo, è in crescita il baccello di un fagiolo. Così li richiamo a guardare meglio, poi li richiamo ancora, indicando quale pianta osservare con attenzione... Nulla. Nessuno riesce a vedere il baccello in formazione. Alcune bambine notano una vicina foglia semi ingiallita, un bambino nota una imperfezione del fusto; chi inquadra bene il punto in questione vi vede una foglia dalla forma leggermente strana. Il baccello del fagiolo è invisibile, perfettamente mimetizzato agli occhi di chi non lo ha già individuato prima, di chi non lo conosce già.

E’ che quasi sempre noi vediamo ciò che stiamo cercando, che ci siamo prefigurato, è difficile vedere quello che non ci si aspetta. Nella didattica significa che quando insegniamo diciamo: “il baccello di fagiolo è questo” e lo isoliamo e indichiamo; lo facciamo disegnare, poi lo mostriamo nella pianta; e allora arriva la risposta: “oh, eccolo”, la didattica ha funzionato. Ma la scienza funziona così?

La scienza “normale” [rileggere Thomas Kuhn] funziona così, è quella che riproduce il paradigma che già esiste e si è affermato; ma la ricerca scientifica no. La ricerca scientifica cerca ciò che non conosce, quindi non può funzionare così. Gli scienziati procedono attraverso proiezioni incoerenti, analogie inconsistenti, che solo a posteriori si rivelano produttive (poche volte) o improduttive (il più delle volte).

La didattica della scienza deve cercare un equilibrio tra due esigenze contrastanti: da una parte insegnare la scienza “normale”: far acquisire e riordinare gli elementi corretti di metodo e di contenuto che il sapere contemporaneo colloca alla base del proprio sguardo scientifico sulla cosiddetta “natura”. Dall’altra però deve allestire uno spazio e un tempo della sperimentazione e del dibattito liberi, inseguendo analogie e ipotesi creative, suggestive, casuali, sperimentazioni improbabili, fantasie, incanti pseudoscientifici, seduzioni proiettive: la fase caotica della costruzione dei paradigmi. Quanto incantevole l’analogia tra forma e colore del fagiolo bianco secco che abbiamo seminato due mesi fa e forma e colore del suo fiore. Mai sarebbe venuta in mente a me, ormai stretto e limitato dall’interpretazione scientifica corretta. Solo gli occhi di chi non sa possono proiettare sguardi errati e preziosi, ricchi di stimoli creativi e di potenziali sviluppi.

Oggi i baccelli sono tanti, i fagioli sono maturi e pronti ad essere sgranati e toccati e analizzati da manine curiose. Sradichiamo anche alcune piante, non si sa mai cosa si possa nascondere nella parte occultata dalla terra. Oggi facciamo anche una scheda di quelle del primo tipo - quelle della scienza “normale” - che presenta il ciclo vitale: parte dal fagiolo, poi le radici e le foglie, quindi la pianta, il fiore, il frutto... Una scheda che presentata all’inizio avrebbe schiacciato la didattica da una parte, tarpando ogni fantasia e creatività, inquadrando le menti nel curricolo degli esecutori. Quando lo si può evitare, è sempre meglio. Il frutto più prezioso di questa semina, oltre ad una ventina di legumi, è di sicuro la pur scartata analogia goethiana di colore e forma tra fiore e frutto del fagiolo bianco.