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La scuola in retromarcia

di Giovanna Lo Presti

mercoledì 18 maggio 2016

La scuola in retromarcia


di Giovanna Lo Presti
da: https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2016/05/16/vivalascuola-208/

Quando ho iniziato ad insegnare mi è parso subito che qualcosa a scuola non funzionasse. Erano i primi anni Ottanta, avevo pochi anni in più degli studenti del triennio dell’istituto tecnico che mi erano toccati in sorte e sentivo ancora vivo il ricordo del mio periodo liceale. Il decennio che mi separava da quei ragazzi aveva spento speranze, acceso i miti del consumismo, cominciato ad ottundere le coscienze. La pitonessa Thatcher profetizzava che “la società non esiste”: il che significa che esiste soltanto l’individuo, pronto a battersi per la propria affermazione, spinto da uno spirito di cieco egoismo, in perenne competizione con miriadi di altri individui dominati dagli stessi principi. Dall’altra parte dell’Oceano, faceva eco alla “Lady di ferro” Ronald Reagan, la cui grezza politica neoliberista nulla aveva da invidiare alla linea seguita dalla premier inglese. Adesso Reagan e Thatcher se ne sono andati da anni, l’uno spento dall’Alzheimer, l’altra preda della demenza senile – quasi un inveramento, nella malattia della loro vecchia, di quella cecità dell’intelligenza che aveva guidato la loro azione politica. Ma allora, nei primi anni Ottanta, in Italia trionfava la “Milano da bere” e del piano inclinato che doveva portare in poco tempo anche da noi ad una società sempre più diseguale non si intuiva nemmeno la pendenza.


Non studiare solo per il lavoro ma…

Ma a scuola, però, qualcosa non andava, ancorché gli studenti studiassero abbastanza. I più, però, studiavano solo e soltanto per il diploma, per un futuro lavoro – ed erano quasi infastiditi dal fatto che ci fossero, nell’orario di lezione, materie come Italiano e Storia, delle quali non riuscivano ad intuire la necessità e l’utilità. In quegli anni, il mio compito più importante era quello di spiegare quanto l’essenziale, per noi esseri umani, sia difficile da definire e come ciò che ci dà più gioia sia spesso legato ad aspetti inessenziali, se giudicati con il metro utilitaristico. Non mi è mancato un certo successo, in quest’opera di proselitismo: ma sentivo che qualcosa non andava.

Da allora la visione utilitaristica del processo di apprendimento è divenuta la norma. L’immaginario degli studenti è ormai colonizzato dall’uso abnorme delle “nuove tecnologie”, quelle stesse che mille documenti ministeriali invocano come la miracolistica soluzione di ogni problema didattico. Il diploma non è più spendibile, non introduce ad un lavoro e la disoccupazione giovanile è un fantasma con cui i ragazzi sanno che dovranno scontrarsi. Intanto i nostri governanti – ultimo in ordine di tempo Renzi il Giovane – non trovano nulla di meglio che addebitare l’allarmante disoccupazione alla insufficiente preparazione scolastica e sembrano essere i soli ad ignorare che in Italia il numero di lavori a medio-alta qualifica è nettamente basso e di molto inferiore alla disponibilità di posti di lavoro a bassa qualifica. Sembra che chi governa sia colpito da una sorta di idiozia selettiva, perché soltanto un grave deficit nella comprensione dell’esistente può mettere tra parentesi il declino dell’Italia ed invocare come rimedio alla de-industrializzazione galoppante una preparazione degli studenti più adeguata alle richieste del mondo del lavoro. A meno che non si intenda con questo postulare l’adattamento dei giovani alla precarietà, all’asservimento alle esigenze del datore di lavoro, ad iniziare dai banchi di scuola.

… studiare anche se non procurerà lavoro

Insomma, se trent’anni fa si doveva far comprendere agli studenti che studiare per il diploma non doveva servire soltanto per procurarsi un lavoro adesso bisogna fare gli equilibristi e sostenere che, anche se il diploma non procurerà un lavoro, bisogna lo stesso studiare e studiare bene. Non è facile sostenere che noi siamo in quanto conosciamo, in un mondo in cui i modelli dominanti e vincenti sono quelli delle starlette e dei calciatori.

L’istituto tecnico in cui insegnavo era diverso dal mio liceo non solo per la scarsa propensione degli studenti al sapere in quanto tale; diversa era anche la provenienza sociale dei ragazzi. Ho frequentato, negli anni Settanta, un liceo classico illustre a Torino: nella mia classe c’erano figli di proletari e figli dell’alta borghesia ed il ceto medio era rappresentato in tutti i suoi strati. Sebbene noi del liceo avessimo quindi anche il privilegio di non percepire la matrice di classe della scelta scolastica, di certo questa esisteva, in parte, anche negli anni Settanta e la si notava soprattutto nelle scuole professionalizzanti. Negli anni Ottanta, ai miei occhi di insegnante, appariva ormai lampante quanto la scelta della scuola fosse stata, in gran percentuale, una scelta della famiglia e non dello studente.

La matrice classista della nostra scuola superiore si è consolidata decennio dopo decennio. Numerosi studi ed indagini statistiche su questo argomento convergono in un punto: la scelta scolastica è legata a doppio filo alla famiglia di origine. Ad esempio – ed è un dato eloquente – il figlio di un dirigente o di un libero professionista ha chance di arrivare alla laurea cinque volte superiori al figlio di un operaio (36,5% contro 7,3%). (1)

Un lavoro pagato poco è un lavoro che vale poco

La scuola, allora, era piena di giovani insegnanti – eppure mi pareva che alcuni di loro fossero già proni di fronte all’esistente, che altri avessero già ceduto alle sirene del “didatticismo” (per il quale non importa tanto cosa si insegna né come, ma importa piuttosto l’applicazione di un protocollo, di una procedura), che altri (altre) ancora fossero più preoccupati del secondo lavoro che non della scuola. Qualche aspetto positivo pur c’era: intanto l’età media dei docenti era molto più bassa di adesso ed i colleghi più anziani, non essendo ancora decrepiti, avevano desiderio di collaborare con i giovani. Tale scambio di idee non poteva che essere benefico – ad insegnare si impara insegnando in condizioni accettabili, e con una certa stabilità. Oggi la piaga del precariato (che significa, per chi lo ha subito, lavorare male ed in stato di perenne incertezza) ci ha fatto perdere la formazione “sul campo” di due generazioni di insegnanti – ed è un danno a cui non si potrà portar rimedio.

Partecipai, era il 1987, alle proteste che portarono, un anno dopo, alla firma dell’unico contratto della scuola che abbia dato notevoli aumenti stipendiali ai docenti; ero convinta che in una società di mercato un lavoro pagato poco è, tout court, un lavoro che vale poco. In ogni caso anche gli insegnanti, come peraltro tutti i lavoratori, hanno diritto ad uno stipendio dignitoso. Tra il 1986 ed il 1988 nasce e si consolida un movimento di lavoratori della scuola “autoconvocati”, in aperta polemica con l’atteggiamento compromissorio dal sindacalismo confederale; su quel terreno si formeranno i Comitati di base della scuola (COBAS), dai quali presto si staccherà la Gilda, in nome di uno specifico riconoscimento della funzione docente; poi verrà un ulteriore sgretolamento e ci saranno altre sigle del sindacalismo di base, in costante ed aperta opposizione al consociativismo di CGIL, CISL e UIL. Dopo l’exploit del contratto del 1988, i ritardi nel rinnovo dei contratti e risorse sempre più limitate causeranno una progressiva erosione salariale, di cui oggi vediamo gli esiti ultimi. Nonostante la sentenza della Corte Costituzionale che nel giugno 2015 dichiarò illegittimo il pluriennale blocco contrattuale a tutt’oggi i dipendenti statali possono contare, per l’eventuale rinnovo del contratto, su risorse che ammontano a pochi euro mensili di aumento.

La scuola in appalto ai privati

Quando ho cominciato ad insegnare, ricordo che alcuni colleghi, convinti sostenitori della laicità della scuola, mugugnavano parecchio a causa di rivoli di denaro pubblico che, tra le “pieghe del bilancio” transitavano verso le scuole private e, in particolare, verso le scuole confessionali. Dopo pochi anni ci fu la legge di parità (2), che così recitava nella parte iniziale:

“Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali. La Repubblica individua come obiettivo prioritario l’espansione dell’offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione dall’infanzia lungo tutto l’arco della vita”.

A completare il quadro, rendendo molto, molto sfumato il dettato costituzionale, è intervenuta la riforma del Titolo V della Costituzione che riconosce Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni come istituzioni costitutive della Repubblica, al pari dello Stato, e non più come una semplice articolazione interna di quest’ultimo; parallelamente, riconosce l’autonomia delle istituzioni scolastiche.

La conseguenza è che sempre più denaro pubblico affluisce verso le scuole private; quest’anno (l’ennesimo di tagli all’istruzione statale, nonostante le fanfaronate di Renzi) il finanziamento sfiora i 500 milioni di euro. Ma, quel che è peggio, l’inesistente ministro per l’Istruzione ha spiegato in un suo intervento alla Fondazione Treelle (2014):

«Se domani mattina tutte insieme le scuole paritarie spegnessero le luci, cosa che non deve succedere, avremo un grande problema: dovremmo mettere sul piatto 6 miliardi di euro».

Persino la Fondazione Agnelli, di fronte ad una simile sparata, si è affrettata a correggere il tiro; ecco cosa risponde Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli:

«Se anche “per assurdo” tutte le scuole paritarie chiudessero e lo Stato dovesse riassorbirne gli allievi il costo aggiuntivo che lo Stato dovrebbe affrontare sarebbe molto modesto. Infatti, nel complesso della scuola primaria e secondaria italiana il rapporto fra insegnanti e studenti resta uno dei più bassi a livello internazionale (lo conferma anche il recentissimo rapporto Talis 2013, secondo il quale il docente tipo italiano insegna in una classe di 22 allievi, contro i 24 della media Ocse). Per accomodare i circa 400mila studenti di scuola primaria e secondaria in più provenienti dalle paritarie non sarebbe necessario un significativo incremento di aule e insegnanti; basterebbe aumentare di poco più di un’unità la composizione media di ciascuna classe, con qualche variazione territoriale”.

Quella di dare in appalto ai privati la propria scuola non è una novità per lo Stato italiano. All’inizio degli anni Sessanta Guido Calogero interveniva rispetto ad una proposta della Democrazia cristiana, che voleva assegnare, agli alunni frequentanti scuole paritarie di istruzione dell’obbligo e di formazione professionale, contributi annuali “pro-capite” di entità pari all’80% del costo di esercizio per ciascun alunno delle corrispondenti scuole statali:

“Ora, in Italia si sta proponendo che lo Stato, riconosciuta la sua inettitudine a fornire a tutti i cittadini quello stesso grado d’istruzione che la Costituzione stabilisce come obbligatorio per ciascuno di essi, ceda la necessaria integrazione di tale servizio scolastico in appalto ad ogni privato il quale (offerte alcune ancora ignote garanzie) sia disposto a farsi pagare il venti per cento di meno rispetto alla spesa che per tale servizio dovrebbe sostenere l’erario” (3).

Con stile d’altri tempi, dopo aver deprecato il fatto che si potesse pensare di finanziare, in nome della “parità”, una scuola di parte, Calogero conclude:

“Ma noi deprechiamo che anche solo un giovane italiano possa essere diseducato nel chiuso di una scuola ad una sola voce, col contributo finanziario di tutti quanti i cittadini” (4).

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