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Una campagna referendaria contro la triade merito, valutazione, competizione

di Carlo Salmaso

giovedì 28 aprile 2016

Una campagna referendaria contro la triade merito, valutazione, competizione

di Carlo Salmaso da vivalascuola

“Le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le altre per attirare i loro clienti: gli studenti”.
Milton Friedman (1912-2006, Nobel per l’Economia 1976)

Come ho già sottolineato altre volte, negli ultimi anni un potente sistema di persuasione costituito dai principali organi di informazione e da numerosi intellettuali di orientamento diverso, tutti ugualmente stregati dall’idea della necessaria affermazione del “merito” nella società italiana, si è speso per un primato della valutazione nelle nostre scuole.
Il ruolo di questi manipolatori dell’opinione pubblica è stato quello di presentare il sistema di valutazione come oggettivo e neutrale, e contemporaneamente tacciare le opposizioni critiche come retaggio “sessantottino” di un’ideologia egualitaria nostalgica e conservatrice, fondata sul rifiuto “a priori” della valutazione.
Le indicazioni proposte partono da un assunto non facilmente dimostrabile: per avere una maggiore qualità nel sistema scolastico italiano è necessario agire sul merito utilizzando la premialità.

Ma, innanzitutto, che cosa si intende con merito?
E’ un concetto complesso e generico insieme, con forti sfumature morali, quasi religiose. Si contrappone a “colpa” più che a “mancanza” (se non me lo merito, è perché io ho fallito in qualcosa), implica un credito futuro, è quasi impossibile isolarlo rispetto ad altri fattori che intervengono nella vita quotidiana (caratteristiche biologiche, ambiente familiare, fortuna).

Cosa significa che “solo i migliori” devono emergere, avere spazio? I migliori per chi? I migliori sul mercato? I più furbi? I più efficaci nella comunicazione? Ma siamo sicuri che di fronte a questa scelta le due principali categorie di persone che nella scuola vivono, studenti e docenti, reagiranno come ci si aspetta?

Per quanto riguarda gli alunni, se si tratta di dare premi, la cosa è probabilmente socialmente irrilevante, una soddisfazione per chi lo vince e nulla più; se si tratta di incentivi a migliorare, nulla indica che obbligatoriamente debba funzionare: per uno che tenta di fare del suo meglio per ottenere il premio, ce ne sono molti altri che non lo faranno, avendo i loro motivi (buoni o cattivi) o le loro difficoltà.

D’altro canto, quello che i nostri alunni pensano dei processi valutativi, lo troviamo bene espresso nella loro proposta “altra scuola è quella giusta”, a cura dell’UDS:

Valutare non significa punire: per una riforma del Sistema Nazionale di Valutazione e della valutazione individuale

La cultura della valutazione ricopre oggi un ruolo determinante nel processo di subordinazione dei saperi alle logiche di mercato. Il principio della produttività, tipico dell’economia di mercato, infatti, è centrale all’interno dei luoghi della formazione e, stando anche a quanto si può facilmente intuire da ciò che è scritto ne La Buona Scuola, è destinato ad assumere sempre maggiore importanza. La convinzione da cui si parte è che un sapere per poter essere valutato debba essere esternalizzato e reso visibile a tutti.

Ci si imbatte, dunque, nell’esigenza dell’oggettività, per cui tutto ciò che è oggetto di valutazione deve essere razionalizzato secondo parametri universalmente validi. E così mentre il voto numerico diventa traduzione della quantità di ore di studio dedicate a una materia, nelle nostre scuole si impone un’idea di valutazione sempre più aderente al modello INVALSI, che si contraddistingue per la propria “valutazione automatica o oggettiva”, in nome della quale si giunge a una sintesi del voto finale grazie a una serie di parametri standardizzati che non sono stati pensati per apprezzare le peculiarità del singolo individuo o del contesto preso in analisi. Pertanto, il destinatario della valutazione non è lo studente o una qualsiasi altra anima del mondo della formazione, a cui tra l’altro viene preclusa la possibilità di individuare e comprendere i propri punti di forza e di debolezza.

Le prestazioni del singolo studente vengono, inoltre, considerate in un preciso momento della sua vita, senza tener conto del percorso che egli ha affrontato e delle condizioni socio-economiche di partenza. Ne deriva dunque una concezione spiccatamente meritocratica del percorso formativo che vuole che alle prestazioni positive dello studente corrispondano premi e alle prestazioni negative corrispondano invece umiliazioni o punizioni.

La classificazione si accompagna alla competizione che viene alimentata fin da dentro i luoghi della formazione e che pone gli studenti di fronte a ciò che viene presentato come l’unica via di salvezza per avere successo in ambito lavorativo e nella vita: emergere dalla massa e rientrare nell’elitaria cerchia delle eccellenze.

Per quanto riguarda gli insegnanti, oltre a ritenere valide le osservazioni precedenti, l’approccio pedagogico che costituisce la scelta privilegiata dai docenti italiani nelle scuole (soprattutto dell’infanzia e primarie) trova oggi nel principio della cooperazione, e non nella “cultura” della competizione, il suo principale modello di riferimento.
La competizione può facilmente degenerare in esclusione, discriminazione o peggio ancora, in sopraffazione e conflitto.
La scuola non è competizione, ma confronto.

Fra gli studenti c’è chi ama studiare, c’è chi è spinto dalla forza della volontà, c’è chi apprende con più facilità, c’è chi è più maturo e ha un’intelligenza più sviluppata, c’è chi è più in sintonia con una disciplina chi con un’altra, c’è chi è costretto ad impegnarsi per dimostrare i risultati raggiunti ai genitori, c’è chi ha più bisogno di tempo per comprendere o rispondere ad una domanda, ma dovremmo partire dal presupposto che tutti sono capaci, nessuno è più bravo dell’altro, sono solo diversi.

Non è certo pensando alla competizione che nella Costituzione si è assegnato alla Repubblica e alle sue istituzioni (quindi anche e soprattutto alla scuola) il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3).

Di fronte a queste osservazioni, la domanda diventa: è giusto accettare tutto questo? E se la risposta è negativa come provare a contrapporvisi?

Fino a pochi mesi fa, suggerivo di provare ad agire su due distinti livelli:

1. Rifiutare il meccanismo della competizione, prendere distanza da essa, metterla “tra parentesi”: farla diventare un tema su cui riflettere e far riflettere, per capirne le componenti biologiche, psicologiche, storico-sociali e ideologiche.

Ampliare le attività non competitive nella scuola (e nella vita sociale): proporre iniziative di collaborazione possibilmente non pilotate dall’alto, riconoscere lo spazio della cultura e del pensiero come spazio non competitivo, come spazio “libero”; significa in altri termini lavorare cercando di incrementare inclusività ed equità nella scuola.

2. Inceppare il meccanismo della valutazione, per lo meno di quella proposta nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 80 del 2013 che sovrintende il SNV e che fa da “motore” per l’intera operazione meritocratica delineata nella “Buona Scuola”. Una valutazione in cui il principale strumento è configurato da un’unica tipologia di test, in cui ogni passaggio è orientato, gestito, controllato dall’Invalsi.

In questa direzione sono diversi anni che associazioni, comitati e sindacati di base si muovono per cercare di ostacolare lo svolgimento delle Prove INVALSI, senza le quali l’intera procedura pensata non potrebbe partire.
L’idea di usare lo strumento dello sciopero durante le giornate di svolgimento delle prove è non solo una questione di principio e di difesa della libertà di insegnamento, ma si configura come mezzo idoneo a rompere le maglie della catena merito – valutazione – competizione.

A queste due possibilità possiamo ora aggiungerne una terza: infatti è partita la scorsa settimana la campagna per una stagione di referendum sociali.

Due anni di governo Renzi hanno minato alla radice il ruolo della scuola pubblica, privatizzato i beni comuni e i servizi pubblici, aggredito l’ambiente a partire dalle trivellazioni, stroncato l’avanzamento del riciclaggio dei rifiuti per favorire le lobbies degli inceneritori.

Comitati, associazioni, sindacati hanno deciso di creare un’alleanza sociale dei movimenti per invertire questa tendenza, rilanciando conflitto e mobilitazione diffusi contro quelle scelte e avanzando controproposte. Lo strumento referendario permetterà di abrogare gli elementi più pericolosi della legge 107 sulla scuola, la legislazione che consente le trivellazioni in mare e in terraferma e quanto prevede lo Sblocca Italia rispetto ad un piano strategico per nuovi inceneritori, mentre una grande raccolta di firme per una petizione popolare vuole contrastare la ripresa dei processi di privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni.

Solo facendo emergere una discussione di merito su ciascuno di questi temi e proponendo un modello alternativo delle idee di società e di democrazia; solo dando modo ai cittadini di riprendere la parola e ristabilendo il principio della partecipazione diretta e della riappropriazione della sovranità popolare sarà possibile invertire la rotta, coniugando l’interesse generale con una dimensione più sostenibile della vita di ciascuno di noi.

Firmare significa schierarsi a favore del pluralismo di idee e di metodologie, della collaborazione democratica negli organi collegiali, della piena autonomia delle scuole nel decidere il proprio Piano dell’Offerta Formativa, di erogazioni di fondi all’intero sistema nazionale di istruzione.

Cambiare questa deriva non è impossibile, le forze, le capacità, le coscienze del bene comune esistono nel mondo della scuola per ricostruirla in senso davvero qualitativo, solidale, inclusivo e democratico. (Alain Goussot, 01/06/1955 – 26/03/2016)