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LA BEFANA E IL BONUS

di Vito Matera

venerdì 8 gennaio 2016

La Befana porta il bonus: cenere e carbone

di Vito Matera

Una lama – di coltello, di spada – affilatissima e tagliente sta per vivisezionare in due il “corpo docenti” di tutte e di ciascuna delle scuole italiane: maldestramente l’hanno chiamata “bonus”; viene da chiedersi “per chi?”. Un taglio netto, che non contempla una zona d’ombra, una terra di mezzo, un purgatorio: o di qua o di là. Disegna un paesaggio lunare: da una parte la luce dall’altra il buio.

Tagliare in due non necessariamente significa a metà, fifty-fifty: infatti tale non è nel “nostro” caso. Ben che vada sarà un terzo da una parte e due terzi dall’altra, il trentatre per cento i primi e sessantasei per cento gli altri; rispettivamente i meritevoli e i non meritevoli.

E se, in una determinata scuola, i meritevoli fossero di più? Impossibile: quella scuola si vedrebbe incollare addosso il reato di … distribuzione a pioggia. E se i meritevoli fossero pari a zero? (tesi che sostiene lo scrivente). Impossibile: quella scuola incorrerebbe nel reato di … omissione: intanto c’è e bisogna assegnarlo, lo prevede la legge! Il classico esempio di totalitarismo dello “ stare in mezzo, al centro”.

Ma la peculiarità del beffardo bonus, ancora non messo a fuoco nei commenti e nelle mozioni di contrasto (che “naturalmente” passano a maggioranza o all’unanimità nei Collegi dove vengono messe a votazione), consiste nell’essere un dispositivo pensato per escludere i più, la maggior parte degli insegnanti, i quali dovrebbero fare dell’inclusione scolastica la loro cartina di tornasole, il primo criterio per ritenersi meritevoli dello stipendio. Paradosso: chi per dovere professionale è chiamato ad includere deve essere sottoposto ad esclusione.

Immaginare, anche, come potrebbe essere una scuola del merito a base ristretta. Nel mese di gennaio, in piena contesa delle nuove iscrizioni: “Mamme, papà, iscrivete pure i vostri figli alla nostra scuola, abbiano un terzo di docenti professionali e due terzi asini! Non potete trovare di meglio!” Ma come? Tutti a spremersi le meningi per approntare la progettualità più accattivante, e poi la scuola stessa si assesta una picconata sull’alluce destro, quello del tiro di sfondamento?

Come sarà, per un insegnante non meritevole, attraversare un corridoio presidiato da un capannello di collaboratori scolastici: gli/le degneranno un saluto? E se lo/la stesso/a chiederà un gesso, il gesso sarà reso? “Niente merito, niente gesso! Portatelo da casa, fannullone/a rubastipendio!” Qui dignità professionale e dignità personale si rincorrono.

Nelle mozioni più argute si continua a sottolineare che, tra i comportamenti indotti dal merito che si traduce in denaro, ci sarà la competizione più sfrenata come tomba della collegialità. In concreto: l’insegnante escluso/a dal bonus il primo anno si farebbe in quattro l’anno successivo pur di acciuffarlo. (Sarà tecnicamente impossibile saltare sul carro al secondo giro perché qualcun altro/a dovrebbe scendere, il che implicherebbe un ravvedimento del Dirigente -gesto raro in quella categoria- che dovrebbe anche motivare). Mi permetto di dissentire, anzi prevedrei esattamente l’opposto: lassismo, disimpegno, ancoraggio allo stretto necessario. “Ti intrattieni in quella classe? Scambieresti l’ora di lezione? … la giornata libera? Sei disponibile per una supplenza? … per un viaggio d’istruzione?” Riceverebbero tutte la stessa risposta: “Non me lo chiedere neanche, il/la meritevole sei tu!”

Nell’epoca della buona scuola il merito si coniuga in denaro. Si, ma in quanto? Il bonus sarà incassato in un’unica soluzione, ma se lo si spalma su dodici mensilità non saranno più di venti/trenta euro netti al mese. Ma un insegnante, riconosciuto/a di valore dall’arbitro, si riterrà gratificato/a od offeso/a da tale obolo? Vedremo.

Ritorna la domanda: bonus per chi? Lucidamente si potrebbe rispondere che non ce n’è per nessuno. Lucidamente non sarà il merito convertito in denaro a formare “uomini/donne e cittadini/e”. Lucidamente si deve dire che è una porcheria comunque la si guardi. E dalle porcherie le persone per bene girano alla larga.

Altamura, 06/01/2016

Prof Vito Matera