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riflettendo

RELAZIONI DOCENTI

di Gianluca Gabrielli

lunedì 7 dicembre 2015

RELAZIONI DOCENTI

di Gianluca Gabrielli da quando suona la campanella

Oggi che la ricerca sulla scuola si è ridotta ad un enorme ed insensato lavoro di raccolta dei dati prodotti nei test a crocette, lo studio sulla cultura materiale dell’educazione rischia una regressione epocale di cui - temo - la nostra generazione non farà in tempo a vedere la fine. Per cultura materiale intendo il complesso intreccio delle relazioni che si radicano nella vita materiale della scuola.

Ad esempio, non mi consta che alcuna università abbia in cantiere ricerche sul sistema di relazioni tra docenti nei diversi gradi scolastici. Semplicemente lo si dà per scontato, non lo si considera un tema su cui riflettere “scientificamente” o sul quale raccogliere dati da interpretare. Immagino che se si chiede: “Come si scambiano le informazioni e le impressioni gli insegnanti?” ad un docente universitario di didattica di qualsiasi materia, o ad uno degli esperti Invalsi nella preparazione dei quiz, questi volgeranno sprezzantemente lo sguardo in altra direzione convinti che non sia un tema degno di attenzione, o sia talmente scontata e banale la risposta da rendere inutile dedicarci del tempo e della ricerca. E invece qualche riflessione il tema a mio parere la merita. Ragionando a spanne, direi che le maestre nella scuola elementare hanno un tempo per la comunicazione mentre i docenti delle scuole secondarie hannoun luogo.

Nella scuola primaria due ore settimanali sono dedicate istituzionalmente (dal 1990) alla programmazione e – pur nel caos di modelli generato dall’autonomia scolastica (1999) e successivamente aggravato dalla riforma Gelmini (2008) – queste programmazioni si realizzano dialogando con le colleghe. Un tempo settimanale quindi in cui confrontarsi, pagato e riconosciuto dall’istituzione perché ritenuto necessario. Un tempo che contribuisce a formare la mentalità dei docenti di questo ordine di scuola, poiché di didattica e di allievi si parla settimanalmente, si socializzano i pensieri, e le attività didattiche successive prendono forma mediate dal confronto. Non so se si possa parlare di “statuto cooperativo del lavoro insegnante”, ma sicuramente - in questo modello - l’idea dell’insegnamento come attività individuale trova parecchi ostacoli.

Nella scuola secondaria gli insegnanti non hanno questi momenti e le programmazioni per materia sono saltuarie e aggiuntive rispetto all’orario curricolare. La programmazione didattica viene realizzata in forma individuale al di fuori dell’orario di lavoro, a casa. Non esiste un tempo settimanale dedicato alla socializzazione docente.

Esiste però un luogo: la sala insegnanti. Si tratta di un’aula che non ha un corrispondente nella scuola primaria; normalmente ha spazi per gli armadietti di ogni docente e tavoli su cui confluiscono le circolari e gli avvisi. Ci si passa giornalmente prima di entrare nelle aule e ci si ripassa al termine del proprio orario, prima di uscire dalla scuola. È lì che si recano i rappresentanti di libri in primavera. Gli incontri tra i docenti nella sala insegnanti sono frequenti ma casuali, determinati dagli orari di servizio nelle classi; le chiacchiere scambiate sono quelle informali che solo in particolari occasioni si appuntano su tematiche inerenti la scuola o le classi. Sicuramente in questo modello l’idea dell’insegnamento come attività individuale trova parecchie conferme, mentre l’idea cooperativa dell’insegnamento è lasciata alla costruzione informale dei singoli docenti, non è richiesta.

Questi diversi modelli di relazioni trovano conferme o assonanze in altri elementi ormai incorporati nel profilo dei docenti delle due scuole: la contemporaneità didattica degli insegnanti è quasi assente nella scuola secondaria mentre era strutturale nella scuola elementare prima della Gelmini (e ancora oggi resiste a macchia di leopardo nelle scuole più fortunate); l’interdisciplinarità è costitutiva dei curricoli elementari mentre è ardua ed extracurricolare nella scuola secondaria...

Tornando ai tempi e ai luoghi, se riteniamo che la forma mentis degli esseri umani abbia a che fare con il particolare tipo di relazione sociale in cui essi sono immersi e operano, allora questi aspetti - non direttamente di insegnamento - della relazione tra docenti hanno una grande importanza, ci possono aiutare a comprendere alcune differenze tra i diversi gradi scolastici, le diverse culture materiali di maestr* e professor*, i vantaggi e i limiti di ciascun modello. Se fossi a capo dell’Invalsi programmerei una raccolta dati (a campione, qualitativa) su come vengono svolte le programmazioni nelle scuole primarie, sui modelli comunicativi attivati o inibiti, sulle corrispondenze o discrepanze con la didattica. Delle aule insegnanti nelle scuole secondarie vorrei conoscere le caratteristiche materiali (c’è una biblioteca? quali libri?) e la fenomenologia della comunicazione.

Se fossi professore universitario convincerei i miei studenti a preparare tesi sulle parole scambiate tra i docenti nei momenti di programmazione collettiva alla primaria e nei momenti di passaggio nelle aule insegnanti della secondaria. Si parlano? Di cosa parlano? D’altronde - ad oggi – non dirigo l’Invalsi né insegno all’università. L’interesse di cui sopra quindi manterrà la forma suggestiva della curiosità senza risposta. Vista l’aria che tira, buona grazia se ci lasciano le ore di programmazione e le aule insegnanti. Peccato però...