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Diritti a scuola

Cosa e perché sbagliano gli insegnanti

di Giovanna Lo Presti [vivalascuola]

mercoledì 7 ottobre 2015

Cosa e perché sbagliano gli insegnanti

di Giovanna Lo Presti da vivalascuola

Errore n. 1. La servitù volontaria

Da quando ho cominciato ad insegnare con continuità, vale a dire dalla metà degli anni Ottanta, ho guardato con sospetto alla scuola come istituzione e, a volte con maggior sospetto, ai miei stessi colleghi. Chi di mestiere fa l’insegnante, di fatto, non abbandona mai le aule; cambia soltanto la propria postazione e diviene, da discente, docente. Ecco, la prima cosa che mi aveva colpita nella maggior parte dei miei colleghi era il riprodursi della dialettica studente-professore anche nell’ambito lavorativo; il preside diveniva l’autorità di riferimento e i professori assumevano (senza che niente lo necessitasse) il ruolo di subordinati. Teniamo conto che, negli anni Ottanta, la scuola era sì un recinto, ma meno costrittivo di quello attuale: “meritocrazia”, gerarchizzazione, “presidi manager” erano di là da venire e si respirava ancora (almeno un poco) l’aria fresca del passaggio dalla scuola per pochi alla scuola per (quasi) tutti. Perciò identificherei il primo errore degli insegnanti nella loro servitù volontaria, che li rende timidi di fronte all’istanza gerarchica, che fa sì che per molti un intervento eterodosso in Collegio docenti sia un atto audace, che richiede straordinario coraggio.

Errore n. 2. Astenersi da nette rivendicazioni salariali

Ho insegnato per una ventina d’anni sempre nello stesso istituto tecnico; all’inizio i colleghi maschi erano almeno la metà (visto anche il gran numero di materie tecniche e professionalizzanti) poi, a poco a poco, si è scivolati verso una scuola sempre più femminile; segno certo che, per strada, per esempio, avevamo perso quegli ingegneri che avevano scelto di insegnare negli anni Settanta più per convinzione che per mancanza di alternative lavorative.

Nell’arco di tempo tra gli anni Ottanta e i primi dieci anni del Duemila, nonostante la crescente crisi occupazionale, un numero sempre più esiguo di laureati maschi si è avvicinato alla scuola, non più considerata una soluzione lavorativa soddisfacente per un uomo. Prima motivazione: gli stipendi, già modesti in partenza, in crescente declino. Così ho identificato il secondo errore che è un vecchio errore, del quale però stiamo pagando le conseguenze ancora oggi: l’astenersi da nette rivendicazioni salariali, un po’ a causa di una cattiva coscienza (“in fondo lavoro soltanto mezza giornata”) un po’ per non contaminare con richieste di “vil denaro” il “mestiere più bello del mondo” (dimenticando che, come ci insegnava De André in una sua famosa canzone, anche il “mestiere più antico del mondo” richiede adeguamenti al costo crescente della vita), un po’ perché la femminilizzazione crescente faceva sì che quel lavoro (inutile negarlo) fosse una sorta di “reddito secondario” per la famiglia, un po’ perché (inutile negarlo) i pochi maschi erano spesso doppiolavoristi e quel reddito, per loro, era più che sufficiente.

Comunque, questo è stato un errore grave che si riflette nella situazione odierna: eppure, nemmeno adesso i lavoratori della scuola danno la giusta priorità al dato salariale e, in qualsiasi assemblea di scuola, bisogna sempre ribadire che, in una società di mercato, un lavoro vale quanto viene pagato. Se l’idraulico pretende trentacinque euro all’ora mentre all’insegnante quarantenne entrato in ruolo rifilano millequattrocento euro al mese, quello è segno certo che, socialmente, l’idraulico vale più dell’insegnante, nonostante la melassa sdolcinata sulla scuola che ogni premier, ogni ministro dell’istruzione, ogni presidente della Repubblica ci propina da un quarto di secolo a questa parte.

Errore n. 3. Ignorare che la scuola è un frammento di un certo assetto sociale

Passiamo al terzo errore, che consiste nel fatto che troppi insegnanti ignorano che la scuola altro non è che un frammento coerente di un certo assetto sociale. Perciò la mia idea è che, invece di cercare alleanze di supporto con studenti e genitori ci si dovrebbe unire tutti nella protesta su temi non specificamente scolastici ma di ampia portata sociale; in primo luogo ci si dovrebbe battere insieme contro la precarizzazione dell’esistenza, con tutto ciò che essa comporta (diminuzione dei redditi da lavoro dipendente, diminuzione di diritti, diminuzione delle garanzie sociali). Su questo punto gli insegnanti consapevoli sono davvero pochi; ma la durezza della realtà è una buona maestra e confido che aumenti gradualmente il numero di coloro che siano in grado di cogliere il legame tra job acts e Legge 107, tra attacco alla sanità pubblica e attacco alla scuola.

Errore n. 4. Piangersi addosso

Il quarto, gravissimo, errore consiste nel piangersi addosso, nel preferire il lamento (preferibilmente nelle chiuse stanze della propria scuola) all’analisi, le geremiadi alla protesta vera. Questo aspetto, tra l’altro, viene subdolamente sfruttato dai mass-media che, piuttosto che rivolgersi a persone in grado di argomentare – e ce ne sarebbero tante – privilegiano, nei servizi sulle proteste nella scuola, le interviste ad erinni lamentose; “erinni lamentose” sembra una contraddizione, ma esse esistono ed io continuo a vedere mostri sproloquianti di questo genere ad ogni servizio televisivo sulle proteste nella scuola.

Errore n. 5. L’essersi allontanati dallo specifico del proprio lavoro, la trasmissione del sapere

Altro errore, il quinto; l’essersi allontanati dallo specifico del proprio lavoro, che è e resta la trasmissione del sapere, e l’aver abbracciato (talvolta con entusiasmo, poveri noi!) ogni compito di supplenza, cosa che ha reso soprattutto i primi gradi di scuola una sorta di caleidoscopio in cui si fa di tutto (spesso in modo abborracciato) invece di imparare a leggere, a scrivere, a far di conto, attività sempre nobili e realmente emancipatorie, molto più emancipatorie dell’andare tre volte di seguito, in anni diversi, senza costrutto, allo stesso agriturismo (cito fatti di vita reale).

Errore n. 6. Non parlare chiaramente del loro lavoro

Ed ancora: gli insegnanti sbagliano quando non parlano a chiare lettere della loro condizione lavorativa. Il mugugno di cui sopra impera nelle aule scolastiche di tutte le scuole della Repubblica ma io non sento dire ai miei colleghi che, nelle condizioni date, non si può offrire un grado di istruzione soddisfacente a tutti i nostri studenti per il semplice fatto che non esistono le pre-condizioni materiali per lavorare bene. La scuola per (quasi) tutti avrebbe bisogno di ben altro supporto da parte dello Stato.

Ormai si è rotto da tempo quel rapporto di autorità tra studente e professore che consentiva a quest’ultimo di entrare in classe e tenere la sua lezione, poiché quello era il suo compito, che corrispondeva all’aspettativa degli alunni. Ormai si lavora, per così dire, senza rete, conquistando quotidianamente sul campo il rispetto degli studenti. E bisogna stare attenti a non commettere errori perché in un giorno si può bruciare il lavoro di mesi. Nulla è acquisito per sempre.

Ma in tutto questo gli insegnanti hanno una gossa colpa: non hanno mai detto esplicitamente che, come ogni lavoro, anche il loro si può fare soltanto a certe condizioni e con gli strumenti necessari a disposizione. Provate a dire a un cardiologo di valutare lo stato del proprio paziente con un fonendo, senza far uso di nessun altro strumento diagnostico – vi riderà in faccia. Invece l’insegnante può insegnare oggi sostanzialmente nello stesso modo in cui si insegnava un secolo fa; e, quando si sospetta che la scuola debba adeguarsi ai tempi, non si riesce ad andar oltre l’idiozia superficiale delle “nuove tecnologie” applicate alla didattica. Come se il problema fosse quello! Invece il problema sta nel fatto che la scuola si muove, fisiologicamente, in controtendenza con i messaggi forti che arrivano dal mondo esterno, che è l’ultima versione della “società dello spettacolo”, profeticamente descritta negli anni Sessanta da Guy Debord e tuttora trionfante.

Presi come l’asino di Buridano dall’incertezza, gli insegnanti non sanno che pesci pigliare e non riflettono abbastanza sulla difficoltà di instaurare un rapporto educativo ai tempi del cellulare e del tablet. I quali non sono strumenti del demonio ma piuttosto potenti armi di distrazione di massa, sirene sempre in agguato (nonostante i divieti ministeriali sull’uso del cellulare in classe) per distogliere l’attenzione dalla noia della lezione.

Errore n. 7. La scollatura tra scuola e ricerca

Non è vero che non ci sia niente da fare e che bisogna adeguarsi ai tempi; invece è vero che, continuando così, si allevano schiere di persone in cui la superficialità e la velocità sostituiscono la capacità di analisi e di sintesi, in cui la capacità di leggere e interpretare un testo, nonché di scriverlo, diviene sempre più rara. Per avere ragione di tali difficoltà certo non serve la politica dei BES (bisogni educativi speciali) promossa dal Ministero; serve invece, da parte degli insegnanti, studiare, riflettere, approfondire la ricerca delle cause che rendono la comunicazione tra discente e docente sempre più problematica. La scollatura tra scuola e ricerca, tra scuola ed università, drammatica in Italia, non fa che amplificare la portata di un problema legato anche all’insufficienza dell’analisi teorica su cosa e come si insegna. Ma soprattutto la domanda fondamentale cui dar risposta riguarda il perché si debba imparare. E a questa domanda vengono date risposte imbecilli, che riducono il senso dell’essere a scuola ad una preparazione al lavoro futuro. Non sto ad esaminare quali e quante bugie nasconda un’affermazione di questo genere.

Perché sbagliano gli insegnanti

Ora, per concludere, vorrei dire perché, secondo me, sbagliano gli insegnanti. Sbagliano perché non sono audaci, sbagliano perché non amano abbandonare rassicuranti binari per procedere con libero pensiero, sbagliano perché hanno introiettato il momento gerarchico e si considerano (lamentandosi) l’ultimo anello di una catena di comando (sotto di loro soltanto i poveri studenti), sbagliano perché sono arcaici – e paradossalmente lo sono al massimo grado quando vogliono adeguarsi ai tempi moderni – sbagliano perché la mentalità critica, sempre sulla bocca di tutti, non appartiene affatto all’insegnante-massa, sbagliano perché sono zelanti e si affrettano (mugugnando) a mettere in campo tutte le astruserie pensate dal superiore Ministero, sbagliano perché troppi di loro insegnano materie che non amano, sbagliano perché non hanno punti di riferimento esterni sufficientemente saldi che li confortino e sorreggano in un lavoro di anno in anno più difficile.

Potrebbero non sbagliare?

Potrebbero non sbagliare? Dico di no, visto che i docenti, tanto spesso accusati di essere corporativi, in realtà oggi sono un volgo disperso che nome non ha, diviso da interessi, aspirazioni, formazione, attese ed impegno verso il proprio lavoro. Come accusare questa ingente massa di lavoratori per il fatto di non saper trovare il collante che li unisca davvero? A me pare inevitabile la disgregazione che esiste tra gli insegnanti, così come mi pare inevitabile che una massa di lavoratori anziani (altissima l’età media degli insegnanti italiani) alle cui spalle si colloca una fascia consistente di quaranta-cinquatenni logorati da decenni di lavoro precario, non abbia fiato per correre.

Si inizi a dire “no” nelle nostre sedi di lavoro

E quindi, non c’è via d’uscita, vista la problematicità della situazione? Penso, al contrario, che ci siano molte vie d’uscita praticabili nel momento in cui gli insegnanti la smettano di ripercorrere sempre lo stesso cerchio ed imparino, finalmente, a dire di “no”. C’è una pedagogia dell’obbedienza e c’è anche una pedagogia del “no”, che insegna che il rifiuto non deriva da un capriccio ma da un motivato giudizio. Allora si inizi a dire “no” nelle nostre sedi di lavoro: nei collegi docenti si boccino i documenti di fumo che nulla hanno a che fare con la scuola reale, si dica no ai BES e a tutti gli altri offensivi acronimi con cui ci hanno tormentato negli ultimi decenni, si dica “no” al Comitato di valutazione versione Renzi, si dica “no” ogni qual volta la “scuola di carta” neghi i bisogni della scuola reale. Si dica di “no” di fronte all’aula che può contenere venticinque persone ma nella quale ci vogliono mandare con una classe di trenta, si dica di “no” al lavoro aggiuntivo, perché insegnare è fatica. Si muova una critica serrata alla scuola così com’è in nome della scuola come dovrebbe essere; il “no” è il passaggio necessario verso una scuola aperta, in cui tutti abbiano diritto non di stazionare ma di imparare. Certo, per dire di no bisogna avere sufficiente autostima – e sappiamo quanto la categoria degli insegnanti ne sia priva. Ma la consapevolezza di vivere un momento davvero delicato deve spingere quelle avanguardie, che pure nelle scuole esistono, a fare giusta opera di proselitismo, che incoraggi i colleghi più timorosi alla presa di posizione. Sarà il primo passo verso la lotta.

Non si può insegnare che nella prospettiva di una società migliore

La posta in palio è alta: stiamo assistendo al combattimento tra un modello ideologico e sociale volto all’incremento delle diseguaglianze e un modello egualitario. Il primo è il modello dominante e, anche nella sua versione moderatamente di sinistra, è un modello regressivo: le sue parole d’ordine sono meritocrazia, valutazione, efficienza, efficacia etc. etc. Il secondo è un modello minoritario, che immagina una società di eguali, che è ancora in grado di intendere la bellezza della parola “eguaglianza”, una parola che nessun educatore dovrebbe mettere tra parentesi, perché non si può insegnare che nella prospettiva di una società migliore.

Con ciò non voglio ignorare il fatto che cultura e barbarie possano coesistere – ma dico appunto che se ogni monumento di cultura può essere anche monumento di barbarie, l’opera di un educatore che non sia sorretta dal desiderio di una società migliore e più equa smentisce il proprio stesso compito. È in questa vena sotterranea, profonda, che ogni insegnante dovrebbe attingere l’elemento vitale del proprio lavoro. È in questa dimensione carsica, ma importante, che bisogna esplorare per riportare alla superficie non le best practice ma il tesoro dimenticato del tempo lento dell’apprendimento (da giocare contro la velocità dell’addestramento e della scuola-quiz), dell’imparare fine a se stesso come tecnica preziosa della costruzione dell’individualità (contro ogni utilitarismo didattico), dell’attenzione alla bellezza in tutte le sue forme, artistiche o naturali che siano. Non sono che pochi, insufficienti cenni che mi servono ad indicare una direzione opposta a quella “ufficiale” sulla scuola.

Oggi c’è molta confusione; ma, nonostante tutto, qualche segnale positivo c’è. Il mio auspicio per il nuovo anno scolastico è perciò che i più consapevoli tra gli insegnanti si facciano forza trainante per gli altri, allargando così il cerchio della protesta. E che subito si parli – ma davvero – con i propri studenti, che li si renda consapevoli che una scuola precaria è propedeutica ad una vita da precari e che questa prospettiva deve essere rifiutata con forza. Gli insegnanti hanno in questo momento una grande responsabilità morale – devono trovare la forza di reagire, nella consapevolezza che il declino della scuola non porterà soltanto il peggioramento della loro attività lavorativa ma un sensibile peggioramento nella società intera. E questo non possiamo permetterlo.

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